Nassirya, anche Napolitano contro il governo

Massimiliano Scafi

da Roma

Basta con le polemiche. Tre anni fa i ragazzi di Nassirya, dice Giorgio Napolitano, sono morti «in un nobile intento di pace», e cioè rimboccandosi le maniche per «la rinascita e il progresso» dell’Irak. Basta con le incertezze: quei diciannove martiri in divisa vanno considerati «un esempio per tutti». E basta con i dubbi politici e con le interpretazioni: i nostri soldati, checché ne pensi Fausto Bertinotti, «garantiscono i valori della Costituzione anche lontano dai confini nazionali».
Prodi con le corone a Bologna, Parisi solo sotto l’acqua a Roma all’Altare della Patria, i leader della Cdl un po’ dovunque ad attaccare il governo perché non ha organizzato una manifestazione unitaria. Con le piogge di novembre si squaglia dunque anche la «memoria condivisa» della strage di Nassirya. Napolitano non gradisce. Basso profilo, cerimonie in ordine sparso, scambi di accuse, parenti che protestano. Così, tocca al capo dello Stato tentare di rimettere insieme i cocci di un «comune sentire», e lo fa con un messaggio alle forze armate.
«Ricorre oggi - scrive - il terzo anniversario della tragica strage di Nassirya, dove 19 italiani donarono il bene supremo della vita ispirandosi a un nobile intento di pace e mirando a sostenere la rinascita e il progresso civile dello Stato iracheno. In questo particolare, triste momento desidero ricordare quei caduti, esempio di mirabile dedizione al senso del dovere e dell’amor patrio». Allora il Paese riuscì a unirsi: le strade attorno alla basilica di San Paolo, dove si tennero i solenni funerali di Stato, erano piene di gente. «Il 12 novembre 2003 - ricorda il presidente - il popolo italiano manifestò la sua profonda partecipazione al dolore delle famiglie, affrante per la perdita dei loro cari, con un forte coinvolgimento emotivo, confermando ancora una volta l’affetto e la fiducia che il Paese nutre per i suoi giovani in divisa».
Tre anni dopo la situazione è cambiata. Nessuna manifestazione nazionale prevista dal governo, nessun atto bipartisan in ricordo dell’eccidio. In compenso, alcune dichiarazioni di Bertinotti che hanno provocato un terremoto. «I militari italiani - ha detto il presidente della Camera - non sono morti per la pace. Io ho sempre pensato che quella in Irak sia stata un’operazione sbagliata di guerra, anche se questo non riduce il dolore e il lutto di una tragedia che ha colpito delle persone i cui intendimenti erano certamente di pace». E ancora: «Ho opinioni diverse da quelle autorevolissime del presidente della Repubblica. La guerra in Irak è stata una lesione grave dell’articolo 11 della Costituzione».
Napolitano, come la pensa sull’argomento, l’ha spiegato chiaramente il quattro novembre al Quirinale, nel suo discorso per la festa della Vittoria: «Le nostre nuove forze armate operano secondo i motivi ispiratori della Costituzione repubblicana. La partecipazione alle missioni all’estero discende dalla lungimirante impostazione dell’articolo 11». E ora, proprio nel giorno dell’anniversario della strage, nero su bianco il capo dello Stato ritorna sullo stesso concetto. Non c’è nessuna violazione dell’articolo 11 della Carta, scrive, perché i nostri militari «sono chiamati a garantire i valori fondamentali sanciti dalla Costituzione repubblicana anche fuori dai confini nazionali». E tutto il popolo italiano, aggiunge, la pensa così: «L’intera nazione ha un commosso tributo di riconoscenza nei confronti dei militari e una sentita solidarietà con le famiglie». Con ciò Napolitano, che è anche capo delle forze armate, si augura si aver messo un punto.