«A Nassirya eravamo bersaglio dei miliziani»

Fausto Biloslavo

Centomila colpi, almeno una cinquantina di miliziani uccisi, quaranta feriti italiani ed un caduto, assalti sotto un fuoco d’inferno, imboscate, soldati tagliati fuori che rischiano di venire catturati o uccisi e sparano fino all’ultimo proiettile. Questa è la cruda realtà delle battaglie dei ponti a Nassirya nel 2004, combattute dalle truppe italiane della missione in Irak. Dall’altra parte della barricata c’era una masnada di estremisti sciiti in armi, seguaci di Moqtada al Sadr, il piccolo Khomeini iracheno, che voleva occupare la città. RaiNews24 ha scoperto l’acqua calda mandando in onda un filmato di dodici minuti che riprende da vicino una sequenza di combattimenti a Nassirya in cui si vedono carabinieri e bersaglieri. Ci si stupisce del linguaggio utilizzato dai militari italiani nel filmato, ma l’unico fatto grave è il riferimento ad un miliziano sciita ferito, quando qualcuno grida «annichiliscilo, Luca». Poi però non si capisce se gli italiani hanno veramente sparato per eliminare il nemico ferito.
Certo non ha avuto neppure il tempo di dire «annichiliscilo» il maresciallo capo Giuseppe Palmisano dell’11° reggimento bersaglieri della brigata Ariete durante la prima battaglia di Nassirya di aprile. «Al chiarore dell’alba ci hanno individuato e bersagliato con un diluvio di fuoco. Uno dei colpi di Rpg (lanciarazzi russo, ndr) si è conficcato nel motore del mio mezzo, per fortuna senza esplodere. Davanti a me, ad una trentina di metri, ho visto un miliziano che stava per spararci e ho lanciato una bomba a mano», spiegava il fante piumato lo scorso anno a Nassirya.
Le anime candide possono forse impressionarsi quando un carabiniere del filmato di RaiNews24 parla di un miliziano dicendo «guarda come si muove, il bastardo», oppure un altro che chiede di «annichilire» un cecchino e poi esulta per l’eliminazione di chi gli sparava addosso. I tiratori scelti vengono addestrati a darsi la caccia l’uno con l’altro. Inoltre in battaglia neppure Rambo è esente da tensione e ci si sfoga, anche per farsi coraggio, insultando chi ti vuole ammazzare. Secondo il colonnello Giuseppe Perrone, attuale portavoce del contingente in Irak e durante le battaglie di Nassirya dello scorso anno in aprile e maggio, «il linguaggio non è giustificabile, però bisogna tener conto della tensione. Siccome è in corso un’indagine della magistratura saranno i giudici a decidere se questi fatti sono penalmente rilevanti».
Speriamo che nessuno si sogni di giudicare il sergente del reggimento San Marco Lucio Morgante. Il 5 aprile del 2004, ricevuto l’ordine di scortare un convoglio, la sua unità finisce in un’imboscata. Il fante di marina perde l’equilibrio dal veicolo e cade rovinosamente sull’asfalto rimanendo ferito, oltre che in mezzo ad un nugolo di miliziani. «Sono stati i tre minuti più lunghi della mia vita. Quando pensavo di non farcela mi è passato per un attimo davanti agli occhi l’immagine di mio figlio Alessandro di 3 anni e mezzo ­ aveva ricordato Morgante pochi giorni dopo -. Poi ho solo continuato a sparare. Ero pronto a battermi fino all’ultimo colpo». Alla fine un mezzo giunto in soccorso era riuscito a portarlo fuori dall’inferno.
Solo nella prima battaglia di Nassirya sono stati sparati centomila colpi ed il Giornale assieme a Panorama pubblicarono, senza venir mai smentiti, che i miliziani sciiti ammazzati erano come minimo fra i cinquanta e i cento, ma altre fonti indicavano un bilancio più elevato. A maggio del 2004 fu ucciso in battaglia a Nassirya il caporale dei lagunari Matteo Vanzan, 23 anni, ma una quarantina di italiani sono rimasti feriti fra aprile ed agosto.
Il 14 maggio, poche ore prima della morte di Vanzan, il tenente dei guastatori, Saverio Cucinotta, che doveva scortare un gruppo di giornalisti, rimase inchiodato per 45 ore, da una valanga di fuoco, nella sede del governatore italiano di Nassirya, Barbara Contini. «Il frastuono sordo di un razzo RPG (S) sotto la nostra finestra rompe la tregua. Il miliziano che ci ha presi di mira è inginocchiato all’angolo di un palazzo in costruzione a circa 200 metri dall’ospedale ­ ha scritto il tenente -. La nostra risposta è decisa, immediata. Spariamo nella sua direzione (...). Dopo una manciata di minuti, un colpo di mortaio rimbomba cupo dietro la nostra postazione. I muri sussultano (...)».