Nasso: «L’ho fatto solo per soldi, ne avevo bisogno»

«L’ho fatto per soldi, solo per soldi. Ne avevo bisogno». Così ha tentato di giustificarsi Nello Nasso, il funzionario direttivo del I municipio, uno dei destinatari delle 135 misure cautelari nell’ambito della maxi inchiesta della Procura capitolina sull’organizzazione che ha permesso a stranieri irregolari, per lo più rom, di ottenere la cittadinanza italiana. Nasso, considerato la mente dell’organizzazione, è stato interrogato ieri mattina nel carcere di Regina Coeli. Le accuse, a seconda delle rispettive posizioni, vanno dall’associazione per delinquere alla falsità in atto pubblico e alla corruzione. Davanti al gip sono comparsi la convivente romena di Nasso, Loredana Nazarie (l’unica che si è avvalsa della facoltà di non rispondere), l’impiegato dell’anagrafe Orlando Ammannito, il vigile urbano Giampiero Flamini, l’ex vigile urbano Umberto Catalano, e alcuni dei rom coinvolti nell’inchiesta. All’esito degli esami, la posizione di Nasso sarebbe uscita aggravata in quanto alcuni degli indagati avrebbero scaricato su lui le responsabilità in merito alle contestazioni fatte.
Intanto vengono a galla particolari inquietanti sull’anagrafe parallela attraverso la quale si poteva anche trovare marito, o moglie. Nello Nasso, assieme ad altri sette dipendenti comunali e le altre persone coinvolte nell’inchiesta, forniva a cittadini stranieri false cittadinanze italiane e paternità, oltre a migliaia di documenti basati su inesistenti dichiarazioni all’anagrafe. Un giro vorticoso di denaro e carte che gli investigatori della mobile sta ancora analizzando scoprendo nuovi capitoli dell’inchiesta.
Di finti matrimoni, naturalmente unioni civili tra cittadini stranieri e italiani, utili per ottenere la cittadinanza del nostro paese, ne sono stati svelati moltissimi. Come quello «celebrato» da una donna romena di 22 anni, amica di Nello Nasso, arrestata anche lei dalla polizia, ed un anziano che aveva bisogno di qualche soldo. Un finto matrimonio, stanno cercando di accertare gli investigatori della mobile, poteva anche costare 15 mila euro, in base al tariffario che l’organizzazione aveva stilato. Il meccanismo che l’associazione usava si divideva sostanzialmente in tre modi. Il primo era quello di ottenere una cittadinanza attraverso l’acquisizione di false paternità, o addirittura clonando identità di cittadini ignari mentre la terza era la vera e propria falsificazione di identità di cittadini inesistenti. Ventimila euro era il prezzo richiesto per regolarizzare le proprie posizioni di stranieri irregolari in gran parte nomadi, per acquisire gli stessi diritti degli italiani e per rifarsi anche la fedina penale immacolata. Ma non solo. Il funzionario arrestato forniva anche notizie sulla banca dati reale dell’anagrafe. A volte per «innocenti scopi» come quelli che animavano i gestori di discoteche ai quali arrivavano liste mensili con tutti i giovani pronti a diventare maggiorenni. Il perché della lista? Per poter inviare loro opuscoli pubblicitari del locale per feste di compleanno «indimenticabili». Ma le informazioni sulla banca dati dell’anagrafe di via Petroselli sono state girate, ad esempio, ad avvocati, uno dei quali indagato.