È nata la nuova Europa e già pensa a tassarci

Barroso ipotizza un’euro-imposta e il neo presidente Ue annuncia: «Servono risorse per riforme e welfare». Tra le ipotesi di cui si discute quella di un prelievo sulle transazioni finanziarie

RomaArchiviate con successo le pratiche della presidenza e del ministro degli Esteri Ue e ormai in dirittura d’arrivo il capitolo dei commissari, Barroso si appresta a presentare il suo nuovo programma quinquennale ai capi di Stato e di governo (Bruxelles, summit 10 e 11 dicembre) e poi all’Europarlamento (si slitta a gennaio) con una novità che potrebbe esser clamorosa: una eurotassa per tutti i cittadini dei 27 Paesi Ue.
L’idea non è del tutto nuova. Se ne parla da alcuni anni, ma è finita regolarmente nel cestino ogni qual volta si è provato a trasferirla dal terreno delle possibilità a quello della discussione, visto che i governi nicchiavano apertamente all’idea di dover chiedere ai propri contribuenti nuovi esborsi. Stavolta lo spiraglio potrebbe esser maggiore. A causa della crisi che ha già costretto i 27 a farvi fronte con robuste iniezioni economiche, ma anche del sempre più contestato meccanismo delle «risorse proprie» che i 27 versano a Bruxelles e che l’Unione torna a spartire non sempre però in modo equilibrato, finendo per generare Paesi contribuenti netti (quelli che consegnano cioè più di quanto poi ricevono) come l’Italia, che da anni mugugnano per un sistema che finisce per penalizzarli.
E di nuovo stavolta c’è che giusto pochi giorni fa, il premier belga Herman Van Rompuy - non ancora nominato presidente della Ue per i prossimi due anni e mezzo - nel corso di un incontro riservato della discussa fondazione Bilderberg nei pressi della capitale belga (raccoglie banchieri e finanzieri specie di matrice anglo-americana), aveva sostenuto la necessità di «individuare nuove risorse per permettere la continuità di spesa per il welfare europeo e per sostenere maggiormente riforme sociali utili al sistema». La stampa inglese, che in quei giorni non mancava di attaccare Van Rompuy, ritenendolo una pedina del gioco orchestrato da Sarkozy e Merkel, non esitava ad attaccare quella prospettiva. Ma la cosa, come si è visto - e al pari della posizione anti-turca del premier belga - non ha avuto conseguenze. Per cui il discorso con cui Barroso a Strasburgo, lunedì sera, ha ipotizzato l’idea di una eurotassa, accoppiato col favore dimostrato dal neo-presidente della Ue, fanno ritenere che qualcosa stavolta possa cambiare. Difficile che si arrivi alla revisione del bilancio dell’Unione (130 miliardi l’anno nel 2008) sostituendo le cifre attualmente sborsate dai 27 (Iva, dazi e quota di reddito nazionale) con tasse pagate direttamente dai cittadini europei. Ma qualcosa potrebbe filtrare. Come ad esempio una tassa sulle «transazioni finanziarie» che fu detta «idea sensata» dalla Merkel dopo l’esplodere della crisi finanziaria, appoggiata in questo dal ministro degli Esteri francese Kouchner per il quale avrebbe «un effetto moralizzatore sui mercati» e anche dal premier britannico Gordon Brown.
Naturalmente il discorso non sarà facile perché, nonostante col trattato di Lisbona sia passato il sistema del voto a maggioranza, sui temi fiscali vale sempre l’unanimità. Ma tra i capi di Stato e di governo c’è chi ritiene che un passaggio alla tassazione diretta - magari con le vendite dei permessi di emissioni inquinanti o con un balzello sul costo dei voli aerei - dovrebbe esser sperimentato in qualche modo. Barroso intende marciare su questa strada: «Nel mio programma - ha tenuto a rilevare - il tema delle risorse proprie nel bilancio dell’Unione è uno degli elementi fondamentali». Ma sa benissimo il confermato presidente della commissione, che l’idea di introdurre nuove tasse è cosa che fa venire il mal di pancia a mezza Europa, se non proprio a tutta. Per cui a Berlyemont già si dà per scontata che procederà coi piedi di piombo.