Natale a New York non è sotto l’albero ma sotto il canestro

Natale al Garden, che è come Natale a Cortina ma meno snob, meno cialtrone, più divertente. Come un Natale al Meazza tra Inter e Juventus. Che non accadrà mai, perché urgono per i calciatori le vacanze in Messico e Kenia e forse nemmeno il pubblico gradirebbe. Sul piano televisivo, la Nba fatica sempre a confronto con la Nfl, che domina la programmazione non solo sportiva: Green Bay-Chicago delle 20.30 della sera di Natale, obiettivamente orario ideale per chi volesse sfuggire a pellicole su bambini miracolati e renne parlanti, è stato il programma più visto, proseguendo nella serie di successi del massimo campionato di football che ad un certo punto della stagione in corso piazzava 23 partite nei primi 25 posti delle trasmissioni più seguite d'America.
Ma il resto della giornata, che la Nfl aveva liberato anticipando al sabato il 90% del turno, è stato invaso dalla Nba, in televisione e dal vivo. Con l'apertura stagionale, fissata pochi giorni dopo la conclusione del lockout, proprio al Madison Square Garden, che però per tutti è solo Garden, a New York: l'impianto che sorge sopra un importante snodo ferroviario che a Natale è meno frenetico del solito, ma che ieri ribolliva di gente venuta a vedere i Knicks contro i Boston Celtics, che è poi una rivalità vecchia come la Nba e fa sempre sugo.
Garden pieno, dice chi c'era e si è guardato intorno anche al di là delle cifre ufficiali, che indicano i biglietti venduti e non i presenti effettivi: e caldo come fosse una partita di playoff, non solo perché la squadra di casa ha vinto e la gente ha potuto sbeffeggiare uno degli avversari, Kevin Garnett, che dopo avere sbagliato il tiro del potenziale pareggio dopo una gara dominata dai Knicks si è attaccato con Bill Walker, guerriero di secondo lavoro. Non è successo nulla ma a molti è parso come se le vampate di un pubblico in astinenza da Nba si fossero trasmesse ai giocatori, a prescindere dal fatto che Garnett non ha bisogno di alcuno stimolo per uscire dal seminato. Knicks-Celtics, Dallas Mavericks-Miami Heat, cioé la rivincita della finale Nba 2011, e poi a chiudere la giornata televisiva nazionale Los Angeles Lakers-Chicago Bulls, le hanno viste in tanti in tv, anche se a tarda ora di ieri non erano ancora stati diffusi i dati di ascolto. Magari andrà verificato se non ci sarà indigestione: in altre piazze le manovre dei club per vendere biglietti erano scese a livelli di imbarazzanti sconti, e la concentrazione di gare in soli quattro mesi potrebbe portare a scelte più oculate sul numero e la qualità di partite cui assistere.
E comunque la voglia di Nba nei media e social network in giro per gli Usa e per il mondo, bacino privilegiato dal commissioner David Stern, era tanta che alla prima palla a due non del campionato, ma della brevissima (due partite) preseason è stato accorciato anche il tempo di riflessione che normalmente andrebbe applicato ai giudizi: e allora i Los Angeles Clippers solo per aver comodamente battuto i Lakers in quelle due amichevoli con ruggine nei garretti sono stati subito visti come spaccatori del mondo, e dopo i 48 minuti di domenica sembrava già che fossero pronti i responsi definitivi della stagione. Nell'ordine: Knicks rinati ma bizzarri, Celtics bolsi, Thunder esplosivi, Magic bolliti, Heat favoriti, Mavericks rintronati, magari dalla cerimonia di consegna degli anelli di campioni Nba 2011 avvenuta prima della partita. Solo per LeBron James i faciloni delle conclusioni sono tornati razionali: ha dominato Dallas appioppandole 37 punti? Sì, vabbé, tanto quando conta non c'è mai. Poveraccio.