A Natale più affetti e meno affettati

Caro Granzotto, lei ha celebrato i fasti del tortellino e avrei desiderato un accenno anche ai classici e tradizionali «tortei’at suca», i tortelli di zucca senza i quali a Mantova non è Natale, ma non è questo il punto. Ci stiamo avvicinando ai giorni fatidici e lei deve sapere che i cenoni sono diventati un incubo. Anche per quelle come la sottoscritta che spadellano praticamente ogni giorno dell’anno. Ma chi le ha più le zie nubili «con le mani da arpista» che ti confezionano spianate di tortellini? E poi gli antipasti e il cappone ripieno e l’anguilla marinata e i contorni e i dolci farciti. E metti in tavola e togli dalla tavola senza che nessuno ti dia una mano. Quando decantate la bellezza e il calore delle tavolate di Natale o di San Silvestro ricordatevi che fra i nuovi diritti umani c’è anche quello della padrona di casa, oberata da incombenze che rendono insipidi anche i tortelli di zucca della mia infanzia.
Miriam Bonacci e-mail

Caspita, signora Miriam! A leggere quel che metterà in tavola c’è da leccarsi i baffi. Non è che per caso ci scappa un invito, per il suo cenone? Uno degli ultimi proverbiali cenoni, a quanto pare: è infatti in corso una possente campagna proprio in difesa dei diritti (umani) degli angeli del focolare e per una più conforme articolazione del cenone medesimo, che deve essere allestito adeguandolo ai tempi e alle mutate abitudini gastro-dietetiche. È stato infatti promulgato il «Manifesto di Papillon contro lo stress di fine anno» laddove per Papillon si intende il movimento dei consumatori (e i relativi sito Internet e periodico illustrato) fondato e diretto da Paolo Massobrio, notissimo esperto in arte culinaria che per gusto ed eleganza gastronomica batte strade apprezzate anche da noi del Circolo del Tavernello. E sì che di fisime ne abbiamo. «A Natale più affetti e meno affettati» è la parola d’ordine lanciata da Massobrio e raccolta da dietologi quale il professor Giorgio Calabrese, esteti del gusto quale Camillo Langone (cui rimproveriamo solo una canagliesca disposizione per i calzoni, le braghe in pelle), maestri di buoni sentimenti quale Francesco Alberoni e via così.
Ecco i precetti massobriani che le rendono giustizia, signora Miriam: primo, «Non sia la quantità a ispirare un pranzo». Il dopoguerra è ormai lontano e se allora si affastellava la tavola per esorcizzare la fame, oggi al massimo dobbiamo esorcizzare l’appetito. Secondo: «La donna di casa non stia più relegata tutto il tempo in cucina». Terzo: «Abolire il menu italiano (così detto «menu alla russa») con la sequenza: antipasti, primo, secondo, dessert comprensivo di formaggi e dolci». Quarto: «Mettere in tavola in due sequenze, come fossero due quadri, le pietanze. Prima scena con antipasti e assaggi vari di cui ognuno possa servirsi a piacimento e in quantità desiderata. E anche i padroni di casa non siano impegnati a cuocere. Seconda scena, con zuppe, insalate varie e piatti di sostanza». Quinto: «Durante i festeggiamenti sia uno il piatto importante che segni quella festa, il resto siano assaggi di contorno» (chiamasi, questo, «menu alla francese»). Sesto, e qui non sono così d’accordo con l’amico Massobrio che mi manda a benedire sia i tortellini che i suoi adorati tortelli di zucca, gentile signora Miriam: «Si aboliscano le paste ripiene. Anche perché la farcia nasce come recupero - il giorno dopo - del piatto importante della festa». Attenendosi a questi precetti, conclude il manifesto, avremo recuperato «il senso della festa e dello stare insieme che veniva regalato solo alle mandibole e infine avremo anche risparmiato, il che non guasta in questi tempi. Si fa festa quando si mangia una cosa memorabile, non quando si segue una forma». Ben detto, perbacco: bravo Massobrio.