Il Natale a sei ruote del Dottor Rossi

MotoGp o Formula 1? Le confidenze nascoste nel suo libro per capire che cosa deciderà il sette volte campione del mondo

Benny Casadei Lucchi

Prima di Natale ha trascorso una settimana top secret al mare con Arianna, la bella e discreta fidanzata milanese, poi si è dato un gran da fare, con gli amici della tribù, ad organizzare il tradizionale Capodanno in montagna. Una volta erano le Alpi bergamasche la meta prescelta, questioni di budget limitato e soprattutto di grande amicizia con l’ex pilota Paolo Tessari. Oggi l’amicizia è la stessa e immutata; è mutato il budget, però. Per cui l’anno scorso fu Madonna di Campiglio con la vicenda dell’incidente sulla neve: lui su una tavola, un altro sugli sci. Logico pensare che difficilmente sceglierà la stessa località. Chiamatela scaramanzia. Potrebbe scapparci la Svizzera, dove magari i curiosi gli rompono meno le scatole.
Il Dottore, Rossifumi, Valentinik, Valentino Rossi trascorre così le sue vacanze di Natale tra mare e montagna e regali da fare e pensierini da dedicare ai molti amici della tribù che lo segue in giro per il mondo, ivi compreso un pensiero supremo annidato nell’animo: che fare l’anno prossimo? Perché sarà un Natale a sei ruote quello del fenomeno del motomondiale, diviso com’è tra la passione pura e vera e sincera che lo incolla alle due ruote e l’attrazione fatale che da sempre lo stuzzica sulle quattro; a maggior ragione oggi che ha preso le forme sensuali della Rossa di Maranello. In questi giorni, per capire il travaglio del ragazzo e per rubare qualcuno dei suoi pensieri, basta rubare qualche passaggio del suo libro («Valentino Rossi: l’autobiografia», sottotitolo «Pensa se non ci avessi provato», Edizioni Mondadori) nelle pagine in cui racconta dell’altro travaglio della sua vita sportiva: quello che lo tormentò nel 2003 quando decise di resuscitare la sbertucciata Yamaha lasciando la Honda che tutto poteva e decideva nel mondiale (basti pensare al trattamento riservato in queste settimane a Max Biaggi, praticamente cacciato a pedate dalla MotoGp).
«Durante il percorso che mi ha portato a fare la mia scelta - racconta nel libro Valentino - ho fatto anche altre valutazioni. Sicuramente più profonde. Mi sono chiesto che cosa volessi fare del mio futuro. Al di là dei rapporti umani, avevo la prospettiva di restare con la Honda altri due anni, facendo, nella migliore delle ipotesi, quello che avevo fatto nei due precedenti: vincere».
Bene. Lecito domandarsi, ora, quale possa essere la prospettiva del Dottore del mondiale da questo momento in poi: nella migliore delle ipotesi ripetere quanto fatto in precedenza: appunto, vincere. Per cui la situazione tra oggi e allora è molto più che semplicemente simile. All’epoca doveva prendere il coraggio di mollare la moto migliore e con l’organizzazione migliore per dimostrare qualcosa a cui più nessuno credeva: e cioè che il pilota fosse più importante del mezzo. Pareva un’impresa impossibile. Oggi deve far lo stesso: dimostrare che un pilota di moto è in grado di vincere nella F1 ipertecnologica di questi anni.
Scrive ancora Valentino: «Durante il lungo e faticoso travaglio del 2003 che mi ha portato a scegliere di lasciare la Honda per la Yamaha e a dire no alla Ducati, ho affrontato un percorso mentale intensissimo. Un viaggio alla scoperta di me stesso, fatto di esplorazioni e riflessioni interiori. Mi sono sottoposto a una sorta di autoanalisi, attraverso la quale adesso posso dire che se sulla mia strada, tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004, non avessi trovato quel gruppo fantastico che abbiamo creato in Yamaha, forse avrei smesso di correre prima di compiere 25 anni. Durante un periodo di sei mesi, che non scorderò mai - prosegue Valentino - ho scoperto che cosa stavo realmente cercando: ero alla ricerca di serenità, di gioia. Avevo bisogno di un gruppo divertente, col quale stare bene nel box e anche fuori. Per vivere sensazioni e situazioni che andavano anche al di là della moto. Ero, inoltre, alla ricerca di qualcosa che si chiama motivazione. Che è poi il problema maggiore per chi, come me, ad un certo punto, pur se ancora molto giovane, si rende conto di aver fatto tutto terribilmente in fretta. Eh sì, perché per me le cose si sono susseguite molto velocemente. Quando ho compiuto 24 anni, nel febbraio del 2003, mi sono trovato a dover già fare un bilancio. Scoprendo che tante cose non mi andavano più, che c’erano molte situazioni che non sopportavo... Non avevo ancora capito che solo accettando un’altra sfida, ancora più impegnativa, avrei potuto dare una svolta alla mia carriera, sarei riuscito a trovare dentro di me la forza per migliorare ancora. Come pilota, e forse anche come persona».
In questa fase, la Ferrari non può far altro che attendere e dare al ragazzo tutto ciò di cui ha bisogno per provare. Forzarlo sarebbe sbagliato e a Maranello l’hanno capito. Perché è diventato chiaro anche a loro come a far decidere Valentino, oltre al cronometro, saranno i rapporti umani. Se non si sentirà a proprio agio con gli uomini rosso vestiti non ci sarà storia: rinuncerà.
L’altro aspetto che molti tendono a sottovalutare è la reale passione di Valentino per le quattro ruote. Di solito si archivia la questione alla voce «vuole dimostrare qualcosa a se stesso...». Vero solo in parte. Perché Valentino ha iniziato sui kart e questo si è detto e scritto più volte. Però lui, raccontando la sua vita ha aggiunto: «Da piccolino dicevo a tutti che volevo diventare un pilota di formula uno, ma solo perché è stato il primo veicolo a motore che ho usato per gareggiare. È stato il primo oggetto che mi ha fatto sognare di diventare un pilota». È un po’ come in amore: il primo non lo si scorda mai. Anche se magari arriva un’altra che piace di più. Per cui Valentino che ha vinto tutto è nella invidiabile posizione di poter riprovare quel primo amore. Ed è ciò che sta facendo. Può darsi che poi non gli piaccia come «l’altra», ma sta decidendo. Sotto l’albero.