Il Natale senza sorriso dei fratellini di Yara

Una casa nel dolore. Nathan, 4 anni, vive nel suo limbo, Gioele, 9 anni, vuol sapere. La sorella Keba, 15 anni, ha capito tutto

nostro inviato a Brembate Sopra (Bergamo)

Dal cuore dei bambini, che non si raffredda mai, ieri è sbocciato un timido gesto d’affetto. Un cartello, alzato con qualche imbarazzo, da due coetanei di Yara: «Fiore calpestato».

Chissà, forse qualcuno glielo avrà raccontato, ma è certo che Fulvio e Maura, i genitori di quel «fiore calpestato», non l’hanno potuto, né voluto leggere, quel messaggio.

Da dieci giorni e dieci notti se ne stanno reclusi nel dolore, misurando coi loro passi, vacillanti nell’angoscia, una casa che sembra diventata troppo grande e troppo vuota, senza Yara. Ti avvicini a quella villetta dai mattoni rossi, che sembra più gelida e più spoglia delle altre che la circondano, e prendi nota, con pudore, dei pochi segnali di normalità che filtrano dalla cancellata. Una normalità che, inevitabilmente, non è più. Il pallone inzuppato di pioggia, lo scivolo sistemato sotto la grondaia, il canestro, piazzato giù, nello slargo davanti al box, verso il quale chissà quante volte l’atletica Yara sarà svettata cercando di far centro. Inutile cercare di intravvedere, dietro quelle tapparelle abbassate, quasi per aggiungere buio al buio, altri segnali. Inutile immaginare, considerato che Dicembre sta avanzando, le luci di un presepe piccolo piccolo o di una stella cometa da seguire, almeno per non smarrirsi nei sobbalzi della tristezza infinita.

Eppure, come ogni bambino del mondo, così anche i fratellini e la sorella di Yara avrebbero diritto a quelle luce magiche che scaldano l’anima. Eppure il geometra Fulvio e la maestra Maura, in servizio all’asilo nido comunale di Bergamo Alta, proprio accanto al Chiostro di San Francesco, la conoscono bene, da sempre, la magia di quelle luci che fanno sognare e scaldano l’anima anche degli adulti dalla scorza più ruvida. Così, con la forza che solo una fede profonda come la loro può regalare, cementati dall’amore che li aiuta ad affrontare ogni minuto la salita di una strazio infinito, chissà, magari Fulvio e Maura, al Natale cui hanno pur diritto i piccoli Gioele, Nathan e la sorella maggiore di Yara, Keba, ci staranno pensando, ci avranno pensato, almeno per un istante.

E quell’albero, nel ritaglio di giardino, quasi addossato alla porta d’ingresso da cui pendono, congelati, due cachi, potrebbe persino evocare con un po’, con molta fantasia, ben altri e più luccicanti alberi, addobbati e impreziositi. Ma se anche arriverà e, arriverà anche qui Natale, che Natale potrà mai essere in questa famiglia rapita da un incubo?

«Però, finché non la trovano...», è riuscito persino a mormorare Fulvio Gambirasio, accompagnando avant’ieri al cancello, il colonnello dei carabinieri che era venuto a riferir loro degli ultimi sviluppi delle indagini. A consegnare quindi in quella casa un nuovo pesante, agghiacciante fardello di sospetti e timori. «Comunque andrà a finire, è riuscita a sussurrare Maura Gambirasio, voglio un grande rispetto. Da parte di tutti. Mia figlia è nella mani di Dio e Dio saprà fare in modo che chi me l’ha portata via paghi per quello che ha fatto. Ma, ora, per carità, nessuno aggiunga violenza a violenza». E ancora: «Spero che il cuore del nostro paese possa scaldare anche il cuore di Yara». Ecco, forse sono queste perle di infinita, spiazzante saggezza, le veri luci dell’albero di casa Gambirasio. Le statuine affascinanti di uno strano presepe, che riescono a illuminare non solo un intero paese che ha scelto per ora di dimenticarsi il Natale, ma anche le coscienze di chi va troppo di fretta. Di chi preferisce far zapping della propria vita pilotandola con il telecomando dei sentimenti.

Se il mondo ti guarda e aspetta da te parole di condanna o lacrime da piazzare in primo piano, forse è meglio fare come Maura e Fulvio: non guardarlo questo mondo. E seguire con dolcezza ogni istante di Nathan, che a quattro anni galleggia nel suo limbo di innocenza, di Gioele che a nove ha voglia di capire e infila a raffica i suoi perché. E di Keba che con i suoi quindici ha già capito in fretta come il Natale può non essere un Natale, senza il sorriso di una sorella.