Natascha dà l’addio al suo rapitore È stato sepolto in un luogo segreto

La giovane ha assistito alla chiusura del feretro. Gli psicologi: «Così è certa che l’incubo è finito». Alle esequie solo la madre e un amico

Salvo Mazzolini

da Berlino

Difficile non provare ammirazione e anche affetto per Natascha. Quando mercoledì sera è apparsa sugli schermi della tv austriaca, ha conquistato il cuore dei telespettatori. Per come ha raccontato la sua tremenda storia, senza toni di odio o di rivalsa verso l'uomo che l'ha tenuta prigioniera per otto anni, per l'intelligenza e la forza d'animo dimostrate durante la segregazione, per la capacità di guardare al futuro con serenità nonostante il male subito. Ma, sebbene il suo racconto sia apparso convincente, ancora tanti sono gli enigmi da chiarire soprattutto per quanto riguarda il rapporto psicologico con il suo aguzzino.
A rilanciare gli interrogativi sul legame che si era creato durante la lunga prigionia tra la vittima e il suo carceriere, è stata la terza puntata di una lunga intervista concessa dalla stessa Natascha al Kronenzeitung, giornale popolare di larghissima diffusione che ieri a Vienna, nonostante l'aumento della tiratura, era già esaurito un'ora dopo l'arrivo nelle edicole.
Natascha rivela che prima della sua fuga a fine agosto già un'altra volta era riuscita a scappare dalle grinfe del mostro. E c'era anche riuscita. «Un giorno - racconta la giovane nell'intervista - approfittando del fatto che il sistema di allarme non era in funzione sono uscita di casa, ho aperto il cancelletto del giardino e sono arrivata sulla strada e ci sono rimasta per alcuni minuti. Potevo scappare, ero libera ma improvvisamente ho avuto paura della fuga, la testa mi girava e sono tornata indietro nella mia prigione». Parole che contrastano con il racconto che Natascha ha fatto nell'intervista secondo il quale lei era sempre forte, lucida e non pensava ad altro che alla fuga. Cucinava con il suo carceriere, chiacchierava con lui e con lui alla sera guardava la televisione ma solo perché questo era l'unico modo di sopravvivere in attesa di scappare alla prima occasione.
Dalla nuova intervista emerge invece non solo la paura della fuga e della libertà ma anche un rapporto di sudditanza psicologica che la legava al mostro al punto di scegliere liberamente di ritornare nella sua prigione. Il compito di sciogliere l'enigma, di capire quali fossero veramente i rapporti all'interno della villetta-prigione, spetterà ai dieci psicologi che sotto la guida del professor Max Friedrich aiutano Natascha a ritornare alla normalità. Un passo importante è avvenuto ieri. In un cimitero alla periferia di Vienna è stato sepolto utilizzando sulla lapide un nome falso Wofgang Priklopil, l'uomo che rapì e tenne prigioniera Natascha e che dopo la sua fuga si tolse la vita gettandosi sotto un treno. Alla cerimonia, che si è svolta in gran segreto, c'erano solo due persone: la madre del sequestratore e un suo amico, quello che lo accompagnò alla stazione ferroviaria ma senza sapere che Priklopil aveva deciso di suicidarsi.
Non c'era Natascha. Però i medici hanno permesso che Natascha visitasse la salma il giorno prima nell'istituto di patologia giudiziaria dell'università di Vienna. I giornali austriaci dicono che la ragazza ha sostato alcuni minuti davanti alla bara e ha anche acceso una candela, poi è andata via. Non si sa quale fosse il suo stato d'animo. Ma si sa che gli psicologi hanno insistito perché Natascha fosse presente alla chiusura della bara in modo che nella sua mente si convincesse che il mostro non c'è più, che l'incubo è davvero finito. E che lei non ha più motivo di avere paura.
Natasha si trova al momento, e su sua richiesta, nel reparto per minori della clinica neurologica dell'Ospedale generale di Vienna.