Natascha: il mio incubo? La claustrofobia

da Vienna

Fra le infinite paure che hanno tormentato Natascha Kampusch durante gli oltre otto anni di segregazione nelle mani del suo sequestratore, anche quella, se al suo carceriere fosse successo qualcosa, di rimanere sepolta viva nella sua cella sotto terra di cui nessuno era a conoscenza. È uno dei particolari che emergono da una nuova puntata, la terza, di una intervista esclusiva pubblicata oggi dal popolare quotidiano Kronenzeitung.
Natascha racconta delle sue crisi di claustrofobia, di quando presa dalla solitudine contava le viti sul soffitto, di come per la disperazione battesse in continuazione i pugni contro le pareti, inutilmente dato che non la poteva sentire nessuno all'esterno: la cella, di appena sei metri quadri, era stata costruita sotto il garage della casa del sequestratore Wolfgang Priklopil ed era sigillata con una porta blindata di 150 chilogrammi. L'ossigeno era alimentato da un ventilatore, ma che sarebbe successo se - chiede la Krone - il suo sequestratore avesse avuto un incidente e un infarto? Al pensiero, scrive l'intervistatrice Marga Swoboda, vengono i brividi e Natascha mette uno stop (come a molte altre domande alle quali non vuole rispondere): non c'è bisogno di parlarne, glissa.
Racconta invece come la sua prigionia fosse scandita in modo regolare. «Mi sono sempre alzata abbastanza presto, la luce si accendeva automaticamente alle sette», c'erano un certo «ordine e struttura» nella sua vita di reclusa.
Solo le stagioni, la primavera, l'estate, l'autunno e l'inverno non c'erano, come non c'erano la scuola e le vacanze e non c'erano gli abbracci della mamma, scrive il giornale.
Natascha racconta anche che nei primi sei mesi è stata sempre chiusa nel suo loculo perché il sequestratore non si fidava di farla salire in casa e tanto meno di uscire. Con sé aveva all'inizio solo le matite che erano nella sua cartella di scuola quel giorno che era stata rapita e una posata per bambini con tanti orsacchiotti.