La Nato critica l’Italia: non si tratta coi terroristi

Gli alleati preoccupati dalla gestione del caso Mastrogiacomo: "Servono regole comuni". L'ambasciatore americano Spogli: "Più soldati a Kabul"

Roma - «La grande maggioranza» dei Paesi Nato ritiene che «non si dovrebbe accettare di negoziare il rilascio degli ostaggi in cambio di terroristi». Il sottosegretario di Stato americano, Nicholas Burns, pur non citando direttamente né l’Italia né il caso Mastrogiacomo, ha espresso apertis verbis il disagio dell’Alleanza atlantica per la gestione delle trattative per il rilascio del giornalista di Repubblica.
La riunione speciale, svoltasi ieri a Bruxelles, tra il Consiglio Nord-atlantico e i direttori politici degli Stati membri ha consentito a nazioni come Canada, Germania e Gran Bretagna (oltre agli Usa) di manifestare il proprio malcontento chiedendo la definizione di una politica comune in caso di sequestri per evitare il ripetersi di nuovi casi Mastrogiacomo. E per mettere «sotto stretta tutela» l’Italia. Il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, è stato diplomatico, ma il riferimento è apparso chiaro. «Si è discussa la questione degli ostaggi - ha detto - e alcuni hanno notato che può avere conseguenze anche su altri e può essere un incentivo per nuove azioni di questo tipo».
Se il ritorno alla normalità nei rapporti bilaterali Italia-Usa è stato sancito lunedì dall’Assistant secretary, Daniel Fried, e dall’ambasciatore a Washington, Giovanni Castellaneta, la vicenda assume connotati diversi in sede Nato. «Ho sentito più di un Paese - ha aggiunto Scheffer - chiedere una discussione su come rispondere a queste situazioni e mi sono impegnato a portarla avanti».
Non è casuale che Burns ieri abbia ripetuto gli stessi concetti che esprimevano il rincrescimento di C Street nei confronti della Farnesina per il caso Mastrogiacomo. «Gli Stati Uniti - ha affermato - da tempo sostengono che non bisogna negoziare per gli ostaggi; oggi è stato suggerito che dovremmo avere una politica della Nato in materia. Spero ci si riesca». Secondo fonti diplomatiche, nel corso della riunione Burns sarebbe stato più esplicito sostenendo che «dobbiamo cercare di accordarci per non fare più questo (trattare autonomamente, ndr), mette tutti noi in pericolo». Nessuno ha voluto alzare i toni della polemica, anzi l’Alleanza atlantica ha sottolineato di aspettarsi «che l’impegno italiano in Afghanistan continui». Burns ha rimarcato che i governi dei Paesi Nato devono spiegare alle rispettive opinioni pubbliche che l’impegno in Afghanistan è «utile» e «nobile».
E che non si tratti di un pranzo di gala lo ha ricordato pure l’ambasciatore statunitense in Italia, Ronald Spogli, precisando che il Dipartimento di Stato ha chiesto a tutti gli alleati in Afghanistan di «aumentare la presenza militare» e di «limitare o eliminare» i caveat (le restrizioni operative degli eserciti emanate su base nazionale; ndr). «Nella Nato - ha concluso - siamo tutti uguali, abbiamo un impegno comune ed è importante stare sullo stesso livello».
Il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, non ha voluto ripensarci e ha ribattuto che «il governo non intende rimuovere queste limitazioni». Analogamente, in materia di ostaggi ha rilevato che in ambito Nato «si discuteranno norme di comportamento alle quali ci si dovrà attenere» specificando che «bisogna decidere caso per caso». I meccanismi di compensazione dalemiani, però, si sono inceppati e il Senato ha approvato con 259 voti favorevoli un ordine del giorno del leghista Roberto Calderoli che impegna il governo a uniformarsi alle linee guida della Nato. Solo la sinistra radicale ha votato contro. Le preoccupazioni degli alleati non sono infondate.