"Alla Nato ho visto materializzarsi la nuova Guerra Fredda"

Al summit di Valencia Mosca sfodera la retorica anti-occidentale e l’Europa tentenna senza trovare una linea d’azione comune. La testimonianza del delegato italiano Paolo Guzzanti

Valencia - A Valencia si mangia una gloriosa paella, ma si assiste anche alle prove di nuova Guerra Fredda. Dite la verità: uno dice Guerra Fredda e tornano antiche e polverose immagini del passato. Bene, amici, se pensate a Berlino Est e al mitico Check Point Charlie siete degli ottimisti e dei nostalgici. La Guerra Fredda in realtà è tornata ma stavolta viene fornita con un corredo di eleganti stufette a gas, con l'intesa che se non vi comportate bene il rubinetto vi sarà chiuso.

Di che cosa sto parlando? In breve: faccio parte della delegazione dei parlamentari italiani presso la Nato e abbiamo trascorso - parlamentari di quasi tutto l'emisfero occidentale - quattro giorni di lavoro serrato nella città spagnola in cui si teneva l'assemblea generale dell'Alleanza (18-21 novembre). I momenti clou sono stati due. Il primo quando ha parlato una signora grassoccia e belloccia che rappresentava la Russia e che ha pronunciato un discorso da Guerra Fredda tipo anni Cinquanta e il secondo quando ha parlato il presidente georgiano Mikhail Saakashvili il quale ha raccontato la triste epopea del suo Paese invaso da un corpo di spedizione russo. Lo ha fatto in un fluentissimo inglese americano (era un avvocato negli Stati Uniti) e poi in uno ottimo francese. La signora belloccia e grassoccia ringhiava come se fosse stata la reincarnazione di Molotov o di Andrej Gromyko. La durissima signora diceva brutalmente che la questione della Georgia sta tutta nel fatto che la Russia non intende sopportare la presenza americana alle frontiere. Dunque, ha candidamente ammesso che questa è stata la sola e vera ragione della guerra e non un preteso intervento umanitario del corpo di spedizione russo. Poi ha parlato il presidente georgiano: giovane, smagliante, notoria testa calda. È uno che perde le staffe, che si fa saltare i nervi e che poi è costretto a rimpiangere le sue stesse intemperanze.

Noi delegati avevamo i documenti, le fotografie, la storia di questa guerra e c’è poco da dire: la guerra d'agosto si è svolta tutta all'interno dei confini di uno Stato che si chiama Georgia e non un millimetro fuori di essa. Difficile dire che la Georgia è un aggressore. Ma la presenza del presidente e la sua eloquente autodifesa non hanno modificato nel grande auditorium dell'Assemblea generale le posizioni di chi lo detestava, anche se ha rafforzato quelle di chi lo sosteneva.
E lì ho potuto toccare con mano che si sta formando, anzi si è già formato, un nuovo fronte di nazioni che si stanno staccando dalle altre. Quali? Prima di tutto il Regno Unito, con i suoi lord e le sue baronesse dall'accento falsamente balbettante e trascinato di Oxford; poi i polacchi, gli Stati baltici, gli ucraini, in parte i bulgari (divisi come eravamo divisi noi italiani). Anzi, ho vissuto una personale e impensata esperienza da Guerra Fredda che mi ha imbarazzato perché sono stato inopinatamente attaccato - incredibile ma vero - dal delegato polacco. Io sono intervenuto per dire che non potevamo nasconderci dietro un dito: una nuova Guerra Fredda, certamente non identica alla prima, era tornata e non soltanto a causa conflitto in Georgia. Sostenevo che bisognava semplicemente prenderne atto e dirlo apertamente: la Guerra Fredda è fra noi e dobbiamo fermarla, dobbiamo agire in maniera energica e non passiva affinché non degeneri e non si diano falsi segnali a chi pensa, come la Russia, di poter fare una politica basata sulle minacce e gli interventi armati.

Credevo di aver fatto un intervento spericolatamente antirusso, quando ha preso la parola il collega polacco che mi ha aggredito: «Il collega italiano parla di Guerra Fredda? Ma dove vive? Ha le bende sugli occhi? Cos'altro gli ci vuole dopo l'invasione di un esercito in uno Stato indipendente per parlare di guerra calda?». Sono rimasto trasecolato. L'eccitazione era a un livello più alto del previsto. E, dunque, ho capito un po' meglio che cosa può riservarci il futuro.
I Paesi occidentali si sono divisi in due fronti. C'è un gruppo di nazioni, capeggiato dal Regno Unito, che vuole dare alla Federazione russa un messaggio di condanna e di dissuasione frontale, senza sconti e senza sorrisi. E c'è un gruppo di nazioni, fra cui Italia, Spagna, Grecia e in parte Francia e Germania, secondo cui ai russi va fatto un discorso affettuoso e comprensivo. Secondo questo gruppo, ai russi bisogna continuamente ripetere, una frase sì e una frase no, che ci vuole il dialogo, che il dialogo è la cosa più importante del mondo, che è necessario dialogare e che non si devono mai chiudere le porte. Frasi, come si vede, condivisibili come tutte quelle che affermano delle buone intenzioni.

Ma il primo gruppo di nazioni la pensa diversamente e dice invece: quando un Paese usa le armi per svolgere la sua politica estera con i vicini di casa, quel Paese poi sta a guardare per valutare le reazioni di quel che ha fatto, come un bambino che l'abbia fatta grossa e che però non sa se sarà punito o se potrà continuare. Per loro il messaggio da inviare è: non puoi continuare, non intendiamo fartela passare liscia. Guerra dunque? Ma no, nessuna guerra. Non stanno per levarsi i bombardieri o partire i missili. Nulla di tutto questo. È una partita a scacchi, non una guerra mondiale. Ma il punto è: come impedire che si possa un giorno, magari fra una generazione, arrivare a una nuova carneficina dovuta alla errata ricezione dei messaggi.

Io, come molti lettori sanno, faccio il tifo per il gruppo inglese e polacco, per intendersi, e penso che gridare al dialogo e venerare il dialogo come se fosse un prodotto omeopatico, sia soltanto un modo per dire ai russi: fate quel che volete, magari con più garbo, ma saremo sempre al vostro tavolo di affari. Naturalmente i miei oppositori dicono il contrario, convinti che il dialogo sia necessario per disinnescare le incomprensioni. Io penso che non esistano incomprensioni, ma prove di forza. Spero ovviamente di avere torto, perché se invece avessi ragione le prospettive peggiorerebbero per miopia.

Ma una cosa ho imparato da questa partecipazione internazionale all'Alleanza Atlantica dopo la guerra di Georgia, ed è che la posizione russa è difesa dai russi in maniera molto aggressiva e con toni di sfida sia all'Unione Europea che alla Nato e agli Stati Uniti. Questo è un dato di fatto e basta leggere i resoconti per rendersene conto. Ed ho constatato, poi, che l'Occidente è diviso in due blocchi e che si stanno separando. La spaccatura è già in corso e a mio parere le sue prospettive sono catastrofiche per la democrazia e la libertà di tutti.