Natoli: più che un amico era la mia fotocopia

«Una volta ho citato una frase letta in un suo testo. Molto tempo dopo mi sono accorto che era di Foucault»

La questione non sembra più essere quella di stabilire se Umberto Galimberti copia. Semmai quella di quantificare quanto copia. E la risposta, purtroppo, potrebbe essere: molto.
Dopo lo scoop del Giornale su i passi di Il piacere e il male di Giulia Sissa finiti nel sesto capitolo de L’ospite inquietante del filosofo, dopo le pagine de Nell’immaginario cromatico di Alida Cresti da cui Galimberti ha attinto per scrivere un articolo su Repubblica intitolato La stinta metropoli che spegne le emozioni - e in questo caso è intervenuta anche la magistratura con un’ordinanza di cui ieri abbiamo fornito stralcio -, spunta un nuovo brutto episodio di copia e incolla che risalirebbe addirittura al 1987. Ad individuarlo in questo caso è stato ieri il quotidiano Avvenire. Ne Gli equivoci dell’anima pubblicato da Feltrinelli, Galimberti ha «riassunto» e «rielaborato», andando a caccia di frasi icastiche e d’effetto e tagliando quelle più complessamente filosofiche, due articoli di Salvatore Natoli, filosofo meno noto ma sempre allievo di quel grande maestro Emanuele Severino. Il primo si intitolava Télos, skópos, éschaton. Tre figure della storicità ed era stato pubblicato su Il Centauro nel 1982, il secondo Soggettivazione e oggettività. Appunti per un’interpretazione dell’antropologia occidentale ed era stato pubblicato su Il sapere antropologico nel 1986 (entrambi i saggi sono poi stati raccolti in volume, ennesima ironia della sorte, proprio da Feltrinelli). In quel caso non mancarono solo le virgolette: il nome di Natoli, compagno di studi di Galimberti, non venne mai citato nemmeno in nota. Errore a cui lo stesso Galimberti pose rimedio soltanto nella seconda edizione: il che sarebbe di per sé una mezza ammissione di colpa.
Abbiamo chiesto lumi sulla vicenda allo stesso Salvatore Natoli, docente di filosofia teoretica alla facoltà di Scienze della formazione dell’Università Milano Bicocca. Che ci ha raccontato, con garbo e pudore, la sua versione dei fatti.
Professor Natoli il caso viene alla luce a vent’anni di distanza: possibile che lei non si fosse mai accorto?
«Io ovviamente mi ero accorto già all’epoca. Me lo avevano segnalato alcuni amici. Ma non mi piacciono le polemiche. Mi limitai a parlarne in privato con un importante filosofo che qui non mi sento di nominare. Nulla di più, non avevo voglia del solito battibecco tra studiosi...».
Mi scusi, sta dicendo che si è lasciato copiare impunemente?
«Guardi, è capitato anche in altri casi che qualcuno mi segnalasse cose di Galimberti che assomigliavano troppo alle mie, ma ho sempre evitato di entrare nel merito. Lo faccio adesso perché dopo il raffronto puntuale su Avvenire, dopo il caso della professoressa Sissa raccontato dal Giornale, sarebbe insensato far finta di niente. Ho sempre lasciato perdere perché io e Galimberti siamo stati compagni di studi, avevamo rapporti stretti. E poi ho temuto che si sarebbe trasformato tutto in una rissa mediatica di cui la gente non avrebbe capito il senso. Non volevo un imbarbarimento della filosofia».
Immagino che personalmente la vicenda le abbia fatto rabbia...
«Rabbia no, ero dispiaciuto... A infastidirmi non erano nemmeno le copiature letterali, trovavo molto peggio le parafrasi senza citazione di concetti miei...».
Ma conoscendo Galimberti, pubblicando per la stessa casa editrice, non ha mai affrontato la questione direttamente con lui?
«Negli ultimi anni ci siamo sentiti poco. Prima, quando ci incontravamo, lui mi abbracciava. Le possibilità erano due: lasciar perdere e abbracciarlo anch’io, oppure scatenare il litigio. Ho scelto la prima opzione».
Capisco che sullo specifico lei non voglia «infierire» ma se dovessimo vedere il caso in un contesto più ampio. Qual è l’insegnamento che dovremmo trarre da questa situazione?
«In primo luogo che la comunità scientifica deve vigilare di più. Non è il singolo ricercatore che deve difendere con le unghie e con i denti la paternità del suo lavoro. In secondo luogo che è giusto che esistano dei divulgatori filosofici con un’ampia eco mediatica. Ma esiste differenza tra il divulgatore e il surrogatore. Il divulgatore fa venire la curiosità alle persone di leggere le fonti, il surrogatore le impigrisce intellettualmente, non le spinge a cercare altro. Viene recepito come una specie di guru e tutto finisce lì... È questo il fatto veramente grave».
Insomma in una situazione del genere diventa impossibile ricostruire il contesto culturale...
«È un’inezia ma... Una volta ho citato quella che credevo, avendola letta, che fosse una frase di Galimberti... Ho scoperto invece, tempo dopo, che era una frase di Michel Foucault...».
sacchi.matteo@email.it