Il naturalismo astratto di Eduardo Palumbo

La Galleria Studio (via Carlo Poerio 19), dedica una mostra a Eduardo Palumbo, con una presentazione in catalogo di Luca Beatrice. Palumbo è un astrattista napoletano che forse a Milano non è ancora conosciuto, nonostante abbia già esposto qualche volta (non molte, per la verità) nella nostra città, e nonostante che la sua ricerca duri da oltre mezzo secolo. Palumbo, infatti, che nasce a Napoli nel 1932, inizia a dipingere alla metà degli anni Cinquanta, quando si iscrive all'Accademia d'arte e diventa allievo di Emilio Notte, il famoso pittore futurista. Qui ha tra i suoi compagni di corso, tra gli altri, Lucio Del Pezzo, Carlo Alfano e Guido Biasi. Di quell'alunnato presso Notte qualcosa gli rimane, anche se la sua pittura si volge presto a un'astrazione ritmica, ispirata alla natura, ma affidata esclusivamente al colore: una pittura che insegue la libertà della musica e che Rosario Assunto, il noto studioso di estetica, ha definito "naturalismo astratto". Quello che gli rimane, soprattutto, è il senso del movimento. L'idea centrale del futurismo, infatti, che forse è mutuata da Eraclito, è l'importanza fondamentale del dinamismo. «Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido», dice il manifesto scritto da Boccioni nel 1910.
Anche in Palumbo tutto si muove. I suoi quadri si impostano soprattutto sulle linee oblique, che comunicano un senso di instabilità e di tensione. Anche se, negli anni più recenti, compaiono nei suoi dipinti grandi forme geometriche (che tendono a sostituire le tarsie vibranti e minutissime delle opere precedenti, simili a vetrate spezzate o a labirinti senza via d'uscita), queste forme non sono mai statiche. Sembrano anzi precipitare nel vuoto, oppure galleggiare nello spazio, o ancora roteare seguendo traiettorie misteriose e inconoscibili. Dove vanno? L'artista non lo sa, ma non per questo smette di seguirne gli spostamenti, le mutazioni, le metamorfosi. Perché, come diceva un altro futurista, Ardengo Soffici, in una sua poesia, «partire tutti dobbiamo, attraverso i ritardi dei treni, delle stagioni e della felicità». La pittura di Palumbo è la cronaca di questo partire. Ma, in realtà, nei suoi quadri la felicità non manca. È la felicità di un colore solare, che predilige i timbri accesi e squillanti. Ed è la gioia di vivere. Che rimane, nonostante tutte le ferite (e, in fondo, le oblique di Palumbo sembrano anche ferite) della vita.