Navi maltesi già pronte ma il raìs vuole resistere

Due navi maltesi nel porto di Tripoli pronte ad evacuare gli uomini del regime che vogliono salvarsi; l’ex braccio destro del colonnello passato con i ribelli; l’enigma sulla resistenza a oltranza di Gheddafi. Sono queste, mentre i ribelli avanzano, le ultime notizie dalla capitale libica, dove potrebbe accadere di tutto.
Si teme il bagno di sangue, con il colonnello che avrebbe già dato ordine di minare le principali vie d’accesso alla città. I servizi segreti americani sono convinti che Gheddafi sia deciso «a organizzare l’ultima resistenza». Il capo politico dei ribelli, Mustafà Jalil, ha detto che «la fine (del colonnello, nda) è vicina e sarà catastrofica». Altre fonti Usa e del governo di Bengasi, però, hanno fatto trapelare la notizia che la famiglia Gheddafi sarebbe pronta a partire da Tripoli per mettersi in salvo. La propaganda ha fatto il resto favoleggiando della prenotazione di una super suite al lussuoso hotel Hasdrubal di Hammamet. Poi si è parlato di un volo inviato dal presidente venezuelano, Hugo Chavez, all’aeroporto tunisino di Djerba per imbarcare il suo alleato caduto in disgrazia. Tunisi ha smentito, ma fonti del Giornale rivelano, invece, che la via di fuga è garantita da due navi battenti bandiera maltese che hanno ottenuto il permesso di attraccare al porto di Tripoli. E quello della flotta Nato di passare. Le navi sono pronte a imbarcare chiunque voglia lasciare la capitale, a cominciare dai lavoratori africani ed egiziani ancora a Tripoli. Però c’è posto pure per i membri del regime che preferiscono salvarsi la pelle.
Non a caso la scorsa notte la Nato ha bombardato la residenza di Abdullah al-Senussi, cognato di Gheddafi e capo della sua intelligence, considerato un irriducibile. E venerdì è scappato da Tripoli, verso i ribelli che avanzano da sud ovest, Abdul Salam Jalloud, ex numero due del regime, che da tempo viveva quasi agli arresti domiciliari. A Zintan, assieme ai rivoltosi, ha annunciato che «la libertà è vicina, ormai manca poco, poco, poco...». In molti speravano che fosse lui a prendere il potere mettendo da parte Gheddafi ed evitando il bagno di sangue. Ex compagno di scuola del colonnello, hanno organizzato assieme il golpe che depose il re nel 1969. Negli anni Settanta Jalloud era stato nominato primo ministro e numero due del regime. Agli inizi degli anni Novanta è caduto in disgrazia. A Tripoli viveva in una villa vicino all’ambasciata italiana piantonata giorno e notte. Ieri a Djerba si sarebbe imbarcato per Roma, anche se non è detto che resterà in Italia. In Tunisia è rimasto pure il ministro del petrolio del regime, Omran Abukraa. Tripoli potrebbe trasformarsi nella Beirut della guerra civile libanese spaccandosi in più fronti. Il sobborgo ad est di Tajoura, cuore dell’opposizione, sarebbe pronto a insorgere se arrivassero le armi, magari dal mare. I quartieri orientali come Fashlun e Sharm Ben Ashur, già sede di scontri all’inizio della rivolta, sono a rischio. Ad ovest, invece, il grande quartiere di Abu Slim, fra i più poveri della capitale, è teoricamente una roccaforte del colonnello. Ad ogni angolo di strada ci sono civili in mimetica e con la fascia verde, armati fin da marzo.
Per evitare un bagno di sangue sarà cruciale il ruolo degli ultimi fedelissimi del regime come il capo dei servizi Senussi o il braccio destro poco conosciuto, Abdullah Mansour. I vertici dei ribelli sostengono di avere «contatti con gente della cerchia ristretta di Gheddafi». Non è escluso che l’ago della bilancia, fra una resa indolore e una battaglia casa per casa, possano essere personaggi come il ministro della Difesa Abu Bakr Younis Jaber, compagno di golpe di Gheddafi. Anche dopo l’intervento della Nato ha mantenuto una linea prudente, quasi neutrale.
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