Navi militari cinesi nel Medirettaneo? Sì, ma a fin di bene

Ho appreso dal Tg5 che al largo del porto di Taranto la nostra marina militare ha svolto un’esercitazione con quella cinese. La notizia mi ha riempito di sgomento, poiché mi sfugge il significato di tale esercitazione. 1) Per quale misterioso e recondito motivo l’Italia, Paese membro della NATO, svolge esercitazioni militari nelle acque del Mediterraneo con un Paese dichiaratamente comunista e, pertanto, in potenziale conflitto con la NATO? 2) Per quale altrettanto misterioso e recondito motivo la marina cinese, viene a esercitarsi proprio nell’ex mare nostrum? 3) Quale collaborazione militare l’Italia può o potrebbe avere con una nazione che inneggia ancora orgogliosamente a Mao Tse Tung, responsabile, direttamente o indirettamente, della morte di 60 milioni di suoi connazionali, e dove ancor oggi sono in funzione i campi di concentramento (laogai) con un numero imprecisato ma comunque altissimo di oppositori politici, e dove nel 2009, in applicazione della pena di morte, sono state giustiziate ben 5mila persone? 4) I vertici della NATO sono stati informati di questa esercitazione? 5) Qual è in proposito l’opinione dei nostri alleati USA?
Nella qualità di lettore del Giornale la prego di fornirmi adeguate risposte eventualmente interpellando il Ministro della Difesa, on. Ignazio La Russa.
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Per dindirindina, caro La Valle, che toni imperiosi ha lei. E che visione da guerra fredda del mondo. Guardi che in Cina noi vendiamo le Ferrari. Non solo quelle, ma anche quelle. Non le dico poi che cosa vi compriamo: ci scommetto un dieci euri che ha con sé o in casa almeno mezza dozzina di prodotti made in China. Roba non granché, però a buon mercato. Lei mi dirà: un conto sono gli affari, un conto le questioni militari. Vero. Però, senza scomodare il ministro La Russa che già ha le sue gatte da pelare, le darò conto dei «misteriosi e reconditi» (badi che è incappato in una tautologia: recondito, infatti, sta anche per misterioso, occulto, segreto. Scusi la divagazione) motivi che si nascondono dietro la visita del cacciatorpediniere «Guangzhou» e della fregata «Chaohu» a Taranto. Primo, le due navi non giungevano direttamente dalla Cina: provenivano dal Golfo di Aden, laddove erano in missione contro i pirati somali. Missione condotta d’accordo, sebbene in misura largamente indipendente, con la Nato. Si dà però il caso che sia l’Alleanza atlantica, sia l’Unione europea spingono per un pattugliamento strettamente coordinato. Siccome al momento Washington e Pechino (o si seguita a dire Beijing?) si guardano in cagnesco per via di una questioncella non da poco che riguarda il Mar della Cina («questione strategica» per Obama, «mare nostrum» per Hu Jintao), ovvio che la Nato guardò con estremo favore la visita a Taranto delle due navi cinesi: essendo l’Italia membro della Nato, l’iniziativa poteva essere interpretata come un segno di buona volontà in vista di una collaborazione nel Golfo di Aden da principio e in seguito, chissà mai, nel Mar Cinese meridionale. Lì, una mezza dozzina di nazioni si contendono la sovranità di Paracels e Spratlys, due arcipelaghi che visti sull’atlante non valgono una cicca, ma, senza dire che praticamente galleggiano su riserve di petrolio, dominano le acque dove transitano le merci occidentali dirette in Giappone e in Corea. Purtroppo, quel tratto di mare brulica di navi da guerra con il colpo in canna, e ciò che non giova al traffico mercantile. Be’, lei non ci crederà, caro La Valle, ma essendoci di mezzo interessi convergenti Washington e Pechino avevano buttato giù un piano per demilitarizzare quel mare. Poi bisticciarono e la cosa non ebbe corso. Ma ecco che giungono in visita, in una base Nato, la «Guangzhou» la «Chaohu». Per quali «misteriosi e reconditi» motivi, si chiede lei? Perché probabilmente la Cina intende riaprire, via Italia, il dialogo. Mica male, eh, caro La Valle?