Naypyidaw, la capitale che si nasconde nella giungla per paura di una donna

É la città più invisibile e segreta della Birmania, ha più bunker che case, l'hanno voluta i generali per difendersi dai nemici. Compresa una signora piccola e indifesa, il premio Nobel Aung San Suu Kyi, che da anni li spaventa con la sua opposizione. Senza dire una parola

Hanno nascosto la città nella giungla per sentirsi al sicuro da qualsiasi pericolo. Pyinmana, o Naypyidaw «sede dei re», centro amministrativo e cuore dell'ex Birmania, abita qui in una zona isolata e montagnosa a 500 chilometri dalla vecchia Yangon. Ed la capitale più invisibile e segreta del mondo. Ufficialmente perché è al centro del Paese, il suo crocevia, perchè da qui si accede più comodamente a tutte le altre regioni. Capitale un po' strana. Certo ha piste aeree, ospedali, hotel a cinque stelle. Ma anche e soprattutto bunker. Chilometri e chilometri di tunnel sotterranei.
Spiegano che la nuova capitale, eletta solo tre anni fa, serve a garantire al governo militare una maggiore segretezza, che le contestazioni al regime non metteranno mai in pericolo la sicurezza, che è l'ideale per mettersi al sicuro da un'invasione degli Stati Uniti, feroci oppositori della dittatura militare dell'ex Birmania dal 1962, che a dire la verità sono solo i generali ad aspettarsi. È vero però che si trova vicinissima agli Stati ribelli contro i quali l'esercito combatte da sempre con alterna fortuna.
Ma i motivi veri potrebbero essere altri. Qualcuno fa un'ipotesi romantica: i leader militari hanno voluto Pyinmana per imitare gli antichi re birmani che innalzavano, su consiglio di indovini, nuove città e palazzi. Altri più cinici dicono che la ragione è il timore di un attacco americano ai siti nucleari iraniani che provocherebbe, attraverso la complicità dei monsoni, pioggie radioattive su Yangon, la vecchia capitale. Per questo in soli due giorni migliaia di governativi furono spostati in montagna, quasi una fuga di massa. Oggi nella capitale è arrivato l'inviato speciale delle Nazioni Unite, Ibrahim Gambari, dovrà aprire la strada alla visita del Segretario generale Ban Ki-moon, per il processo al premio Nobel Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia, che si trova sotto processo per aver violato gli arresti domiciliari e che rischia fino a cinque anni di carcere. L'Onu proverà a convincere i generali del Myanmar a liberare tutti i prigionieri politici, compresa Aung San Suu Kyi. Ma sarà dura. Perchè qui basta una donna a spaventare un esercito. E a comandare 48 milioni di persone sono solo 97mila uomini perduti nella giungla.