Nazareth, ebrei e palestinesi uniti dalla paura dei missili

«Tutti vittime della stessa guerra». Il vescovo: «Per fortuna i luoghi santi non sono stati colpiti». La fuga dei turisti preoccupa i commercianti

Gian Micalessin

da Nazareth

Mamma e papà russi con figlia bionda, bimbo e carrozzina al seguito fanno un giro a passo di bersaglieri, lanciano un’occhiata alle navata di cemento, guadagnano l’uscita. Sono gli ultimi. Ora la Chiesa dell’Annunciazione è definitivamente vuota. Abbandonata. Fuori gli ultimi venditori di cammelli di pelouche, corone di spine «made in China» e Madonnine addolorate chiudono bottega, guadagnano casa. Anche la città di Giuseppe e Maria chiude.
Monsignor Giacinto Boulos Marcuzzo, 62enne vescovo di Nazareth, è appena rientrato da Haifa. Ieri, mentre saliva al convento di Carmel, ha schivato di poco i due missili caduti sulla stazione ferroviaria. Stamattina ha saputo dell’ordigno esploso qui vicino nella notte. Alza le braccia al cielo. «L’unica consolazione è che nessun luogo santo frequentato dai nostri pellegrini è stato colpito, la cosa triste è la consapevolezza che anche questa nuova guerra si inserisce nel quadro di un conflitto aperto da sessant’anni. Fino a quando la comunità internazionale non troverà una soluzione al problema israelo-palestinese nessuna di queste guerre avrà fine».
Anche Jawhal alza le braccia al Signore, ma non si capisce se invochi Allah o maledica l’ultimo missile. «Stamattina, quando ho sentito le notizie, ho capito subito che non c’era più speranza, sono tornati i giorni duri e ci dobbiamo rassegnare, qui non cambia mai».
I nuovi tempi duri per Nazareth piovono dal cielo. Domenica notte, alle 23, un fascio di missili sorvola la valle di Jezreel nella bassa Galilea, colpisce Afula, Nazareth, Migdal Haemek e Givat Ela. Il primo lancio, a oltre 50 km dal confine, inserisce anche la Nazareth araba e cristiana nella zona rossa, la trasforma in un bersaglio dei missili di Hezbollah. In tutto ciò l’orafo Jawhal non si preoccupa tanto per la propria vita. Per lui il rischio maggiore tocca il suo portafoglio. «Da noi il missile, se arriva, arriva per sbaglio, quello di stanotte è caduto sulla Nazareth israeliana a cinque chilometri da qua, ma per i turisti non fa differenza... ormai anche questa zona è condannata, qui per un po’ non s’incasserà uno shekel».
Per Ramiz Jaraisy il turismo può anche attendere. Il 49enne sindaco arabo della più importante città araba d’Israele oggi è più preoccupato per i suoi cittadini. «Qui per anni siamo stati cittadini di serie B, fino a 15 anni fa nessuna delle abitazioni di Nazareth aveva un rifugio. A differenza del resto d’Israele, qui chi vive nelle case più vecchie, cioè la maggior parte della popolazione, non sa neanche dove rifugiarsi. Chi pensa che i missili non cadranno mai è un illuso, i missili non hanno occhi e non hanno testa, non distinguono tra arabi ed ebrei. Qui in Galilea siamo tutti vittime della stessa guerra».
Se il discorso gira sulle ragioni di quella guerra, allora cambia rotta. La «stessa guerra», la «stessa sofferenza» diventa la conseguenza delle mosse israeliane. «La verità è davanti agli occhi di tutti, non esiste una proporzione tra il rapimento di due soldati e le stragi causate dalle bombe sul Libano. Il rapimento poteva essere risolto con un negoziato e uno scambio di prigionieri, come in passato. Stavolta però Israele aveva piani diversi, voleva colpire e distruggere una volta per tutte Hezbollah. Il piano era già pronto, e appena c’è stato un pretesto lo hanno messo in pratica. Peccato che a pagarne le conseguenze siano i cittadini libanesi da quella parte e gli arabi ed ebrei da questa parte».
Anche nel comune pericolo l’angoscia dei cittadini arabi israeliani e di quelli ebrei per il sindaco non va nella stessa direzione. «Siamo israeliani, ma restiamo palestinesi, soffriamo anche per quello che succede ai nostri fratelli sotto assedio a Gaza. Oggi, a furia di parlare di Haifa e del nord d’Israele, tutti hanno dimenticato il loro dramma. La nuova guerra ha oscurato quella che dura da sessant’anni».
Nel bazar della città vecchia le parole sommesse del sindaco diventano manifesti di guerra. «Con gli ebrei condividiamo solo i rischi, non certo vantaggi e responsabilità. Le guerre qui da sessant’anni le fanno solo loro - ulula rabbioso Amin Mohammed Alì dietro il suo banco di libri e riviste nel bazar della città vecchia -. La mia famiglia ha dovuto trasferirsi a Nazareth dopo il ’48, se volessi riprendere la nostra casa mi chiamerebbero terrorista. Per gli israeliani chiunque non si comporti come dicono loro è sempre un terrorista. Credetemi, questo nuovo inferno non è scoppiato per quei due soldati, ma soltanto perché Israele vuole farla finita con Hezbollah, con gli unici in Medio Oriente capaci di opporsi ai loro piani».