Un nazi contro l’olocausto giallo

Lo chiamavano il Budda di Nanchino. Ma era un nazista. Uno degli uomini di fiducia di Hitler in Cina. John Rabe era il direttore della Siemens, nell’anno di grazia 1937, un uomo inflessibile, che non guardava in faccia nessuno. Ma trovare gli occhi del nemico gli fu fatale. Quando entrarono a Nanchino, in una città prostrata e indifesa, i giapponesi avevano le idee chiare sul da farsi e non persero tempo: stupri di massa che non risparmiarono bambine, né donne incinte, poi finite a colpi di baionetta, migliaia di uomini decapitati dalle spade degli ufficiali giapponesi, in gara tra loro a chi ne ammazzava di più e nel minor tempo possibile, 350mila cinesi uccisi in un mese sepolti vivi, bruciati, sbranati dai cani. Con i soldati giapponesi a spedire i teschi delle vittime alle fidanzate o a fotografare le stragi per conservarne un ricordo. Fu Rabe, il nazista, l’unico a ribellarsi a quell’orrore. A rischio della vita creò una zona di sicurezza internazionale dalle dimensioni ridottissime, nella quale si rifugiarono, salvandosi la vita, 250mila persone, anche se la zona, non riconosciuta dai giapponesi, non godeva di protezioni. Poi volò a Berlino dal suo adorato Führer per denunciare l’alleato giapponese, per scongiurarlo di fermare i massacri, ma fu lui a finire indagato dalla Gestapo. Finì sotto processo anche dopo la guerra perché nazista, evitò il patibolo grazie ai migliaia che aveva salvato, che scopertolo in miseria anni dopo nella sua Germania gli spedirono soldi, cibo e speranza. Nel nome di Budda...