Nazi-islamici: la guerra persa delle parole

Alla fine Gerusalemme ha ottenuto un risultato: all’Iran sarà più difficile usare gli hezbollah per attaccare a comando Israele dal Libano del Sud, senza pagare duri prezzi diplomatici. Bene anche l’assunzione di responsabilità (nonostante il grave dietrofront sulle truppe) della Francia: la prima dopo la guerra dell’Irak. Una scelta, in parte imposta dai nuovi indirizzi di Berlino, che ha dimostrato come, se l’Europa si coordina con gli Stati Uniti, Russia e Cina si adeguano. Saldi equilibri internazionali, però, sono lontani. Parte del mondo islamico vuole rivoluzionare i rapporti di forza mondiali, e questo sommovimento non è certo bloccato da compromessi diplomatici.
È dunque bene preparare le società occidentali a nuove tensioni. Le posizioni furbastre dei Prodi e dei D’Alema, tese a tenere buoni i Cento e i Diliberto e ad avere sconti (sia economici sia in termini di attentati) da islamoterroristi di vario tipo, non sono tanto gravi sul piano diplomatico (riservatamente si fa sapere a Gerusalemme e Washington che si sta dalla loro parte e si sfruttano i legami costruiti dal governo Berlusconi), quanto per la preparazione dell’opinione pubblica ad affrontare le prossime scadenze. Ecco perché lo slogan di George Bush sulla lotta all’islamofascismo diventa decisivo per spiegare alla gente comune che cosa ha di fronte.
L’Occidente non fronteggia solo proteste e problemi da risolvere. No, con la fine della Guerra fredda si è di fronte a un sommovimento che mira a imporre dittature fondamentaliste in tutto il mondo islamico; a usare le risorse come armi contro l’Occidente, a rivendicare l’applicazione della sharia (cioè mille assassini di registi blasfemi come in Olanda o di ragazze peccatrici come Hina) nella stessa Europa, alla distruzione d’Israele. Si è scatenata contro Bush, adesso, una guerriglia filologica su che cosa è veramente il fascismo. Con tanti don Ferrante che negano la peste perché non spiegabile con categorie aristoteliche. Ma all’analisi politica le analogie dell’oggi con la fine degli anni Trenta appaiono evidenti. Ci si trova di fronte a un movimento che mischia difesa intransigente delle tradizioni con la pratica della modernità tecnologica (nucleare, chimica, internet). Il fattore identitario è base per l’aggressività (dai tedeschi dei Sudeti al fanatismo di Londonistan) e l’antiebraismo. Alla disoccupazione provocata da espansione demografica si dà come risposta la guerra. Il nemico essenziale è la democrazia corruttrice dei costumi.
Anche altre obiezioni al termine islamofascismo non sono consistenti; si offenderebbero tutti i musulmani. C’era chi diceva che la nazione di Goethe non avrebbe superato una certa soglia: ma la guerra era a Hitler non a Goethe. La dinamica aggressiva del nazismo sarebbe intimamente europea: in realtà l’asse nazi-fascista si basava su un patto tra Berlino, Roma e Tokio. Teheran e in fondo anche Osama bin Laden non vorrebbero che mettere ordine in casa loro e quindi noi «non c’entreremmo»: anche nei piani del Terzo Reich c’era l’accordo con Inghilterra e Stati Uniti. Si dovrebbe giocare di più sulle contraddizioni, come quelle rilevanti tra sciiti e sunniti: anche le diplomazie inglese e francese giocavano sull’idea di contrapporre Mussolini a Hitler. In realtà le contraddizioni possono essere sfruttate solo tenendo conto della natura comune di un sommovimento profondo e determinato. Oggi, si può dire «analogicamente», siamo nella fase in cui i nazisti invadevano la Ruhr e i giapponesi la Manciuria. Si può ancora strozzare il mostro nella culla senza mezzi estremi. Ma solo se gli occhi sono aperti e le «cose» nominate con il loro nome.