La nazionale: il gruppo c’è il gioco verrà

Le certezze raccolte sabato notte all’Olimpico sono due. Forse anche tre, se è possibile volare sopra le curve e i municipi per una volta. Due certezze allora, una più importante dell’altra. Cominciamo dalla prima. L’Italia di Donadoni non gioca ancora bene. Lo dimostrano, prima delle censure critiche all’ultima esibizione con l’Ucraina e i voti, classificati nello spogliatoio azzurro, troppo bassi, «quasi una provocazione», le insoddisfazioni palesi espresse da Roberto Donadoni che è un monumento alla sincerità e all’equilibrio. «Dobbiamo migliorare» è l’incitamento preferito rivolto al suo gruppo. Facile indovinare dove e in che cosa: nella fattura complessiva del gioco, nella condizione di alcuni esponenti (Cannavaro, per esempio, Del Piero), nella resa di altri in ruoli discutibili (Iaquinta all’ala destra o De Rossi nel centrocampo a tre). Lo spirito c’è, lo spirito mondiale coltivato da quel maestro di Marcello Lippi abilissimo nel trasformare i veleni di «moggiopoli» in energie strepitose. Ed ecco la seconda certezza licenziata dal 2 a 0 sull’Ucraina sabato sera. L’Italia di Donadoni non gioca ancora bene ma sta dalla parte del suo Ct. E lo fa in modo sfacciato, simbolico, perché sia chiaro oltre che all’interno - dove tra l’altro l’affinità elettiva è dichiarata e nota a Gigi Riva e a Pancalli, il nuovo commissario - ma anche all’esterno, cioè a Gianni Petrucci, presidente del Coni che del giovane ct bergamasco è diventato, senza alcun tornaconto personale, una specie di protettore a distanza.
L’ultimo dettaglio non è certo un particolare trascurabile. Molti dirigenti, e molti allenatori con loro, sono convinti che sia meglio reclutare tecnici capaci di mettere sotto il gruppo, di tenerlo alla catena, di dominarlo insomma senza esserne condizionati e di esercitare su di esso una sorta di timore reverenziale. Nella Nazionale dei nostri giorni e dei nostri tempi non è così. È la fortuna dello stesso Donadoni entrato in punta di piedi e pronto a farsi apprezzare per quel che è, senza vendere fumo, senza voler apparire a tutti i costi, tenendo in vita un rapporto franco e trasparente, mai un giochino delle tre carte, mai un proposito tradito in pratica, mai una scelta non pesata e magari, in qualche caso, anche concordata con gli interessati (come il colloquio a tre avuto con Materazzi, Nesta e Cannavaro per decidere la scaletta dell’utilizzo tra Roma e Tbilisi). Il vantaggio evidente di questo speciale feeling è che la Nazionale va sulle barricate per il suo ct, lo protegge, ne difende il lavoro con le unghie e magari trova sul campo qualche motivazione in più per l’inseguimento su Scozia e Francia. In attesa che Donadoni ci regali un po’ di calcio divertente, questo è il suo primo vero successo. Persino più utile del 2 a 0 caduto come un frutto maturo da un albero che rischia di fiorire tra l’autunno e l’inverno prossimi. La terza certezza ci riporta a Roma: è lo stadio del tricolore, dell’entusiasmo contagioso. Quando decideremo, tutti insieme, senza far torto a nessuno, che questo può diventare la casa degli azzurri?