La Nazionale di rugby dà il buon esempio: contro i Giap giocano gli italiani

Per la penultima sfida prima del Mondiale neozelandese, il ct Mallet dà finalmente fiducia ai ragazzi del vivaio azzurro: è l'unica speranza se vogliamo crescere davvero

É quasi paradossale che la svolta arrivi quando l'esperienza di Nick Mallett sulla panchina del rugby azzurro volge al termine: dopo anni passati a rimpinzare la Nazionale di stranieri di dubbio livello, disinvoltamente omologati agli italiani, il tecnico (che lascerà il posto alla fine dei mondiali di settembre) vara per l'incontro di domani a Cesena contro il Giappone una formazione dove finalmente trovano spazio gli italiani veri. I quali non è detto che siano più forti dei tanti apolidi che in questi anni hanno vestito la maglia azzurra, ma costituiscono l'unica vera possibilità di fare crescere il movimento rugbistico in Italia. Meglio perdere qualche partita in più (difficile, comunque, peggiorare il tabellino di marcia della Nazionale) e cominciare a costruire qualcosa.
L'annuncio della formazione da parte di Mallett era atteso con interesse, dopo che la Fir aveva - nel corso dell'ultimo vertice federale - imposto una misura autarchica alle squadre di club, obbligandole nel prossimo campionato a schierare con il numero 10 solo giocatori cresciuti in Italia. Perchè proprio al numero 10? Presto detto: è il numero del mediano di apertura, il regista del gioco, l'uomo che con i piedi, con le mani e soprattutto con la testa dà la linea a tutta la squadra. Dopo la fine dell'era Dominguez (che italiano non era neppure lui) sembrava che l'Italia non sapesse produrre un'apertura di qualità, e nel ruolo si era avvicendata una lunga serie di rincalzi. Dopo il diktat della federazione ai club, ci si domandava se la Nazionale si sarebbe adeguata, o avrebbe deciso di continuare a razzolare male in barba alle prediche federali. Ora Mallett - non avendo più nulla da perdere - compie una scelta coraggiosa, e schiera col 10 quel Riccardo Bocchino che non sarà un campione di livello assoluto, ma fa comunque parte del meglio espresso in questi anni dai vivai nostrani.
E non è l'unica novità. All'ala due giovanissimi, il debuttante Giulio Toniolatti e il quasi debuttante Tommaso Benvenuti; ai centri Matteo Pratichetti e Alberto Sgarbi; mediano di mischia Edoardo Gori: è una linea di trequarti tanto verde quanto azzurra quella che affronterà i non irresistibili asiatici. L'unico «foresto» nelle linee arretrate è l'estremo Luke Mc Lean, di cui pure (per quanto ha fatto vedere in passato) si dovrebbe prima o poi avere l'ardire di fare a meno. E anche in mischia la rappresentanza italiana doc è dominante: unico «imported» è il seconda linea Quintin Geldenhuys, che affianca il ritorno dell'ex capitano Marco Bortolami. Due stranieri su quindici giocatori: quasi una rivoluzione, rispetto a un recente passato in cui gli italiani-davvero-italiani erano ridotti a una minoranza, al punto che la lingua ufficiale, durante allenamenti e partite, era diventata l'inglese. Due su quindici è invece una percentuale più che accettabile, perché rientra negli standard che anche nazionali più gloriose hanno da tempo dimostrato di ritenere fisiologiche.
Insomma, quella annunciata per domani è una formazione che è un messaggio preciso all'intero movimento rugbistico italiano: facciamo giocare gli italiani. Certo, si può obiettare che Mallett non avrebbe osato tanto se potesse sperare ancora di conservare l'incarico; e che il Giappone (allenato dall'ex coach azzurro John Kirwan) legittima quella tranquillità che rende possibili gli esperimenti. E quindi si dovrà aspettare, prima di cantare alla svolta, di vedere le scelte che farà Mallett quando si sbarcherà in Nuova Zelanda, dove ci attende un girone infernale. Ma - come sa bene qualunque allenatore di periferia - nessun giocatore cresce se non gli dai un po' di fiducia.