In Nazionale torna Lippi "Non avrei mai lasciato"

Il ct: "Rinunciai all’Italia perché non potevo difendere il mio onore e quello della mia famiglia. Ora Calciopoli è chiusa e riparto. Prima degli Europei ho detto ad Abete: se va male sono pronto"

Roma - Ingrassato (lui dice 2 chili in più, bara, sono almeno 4 o 5) ma entusiasta. Con le idee chiare e deciso, soprattutto, a fare chiarezza su ogni passaggio del suo ritorno in Nazionale. Perché un ct campione del mondo non può permettersi zone d’ombra nè pettegolezzi insolenti. Così Marcello Lippi si riprende il club Italia e la sua panchina ambita smussando ogni angolo del proprio temperamento addolcito dalla fine di “calciopoli” e dall’interruzione dell’attività. «Non ho ancora firmato materialmente il contratto» informa a un certo punto il Ct in carica da qualche ora per spiegare del suo ritorno non certo dettato da volgari appetiti economici, semmai dalla gran voglia di chiudere l’ombrellone di Viareggio e tornare sul prato verde smeraldo di Coverciano.

Perché me ne sono andato. «Io non avrei mai lasciato la mia Nazionale. Avevo costruito con tutto lo staff, con tutta la squadra, con tutti i dirigenti, un gruppo coeso e motivato, capace di misurarsi con qualsiasi rivale. Lo feci, annunciandolo ad Abete prima della sfida contro la Repubblica Ceca, perché mi trovavo nella condizione di non poter gridare al mondo intero come erano andate le cose, non potevo difendere il mio buon nome e quello della mia famiglia. Lo avessi fatto, in quel clima, avrei aggiunto amarezza a sofferenza».
Perché sono tornato. «Adesso è cambiato tutto. Quella vicenda del calcio italiano si è chiusa, se ne sta discutendo in tribunale dove è possibile ricostruire in modo fedele le vicende e le posizioni. Dopo Berlino, per un anno, non ho pensato al lavoro ma solo a uscire di scena. Ho ricevuto tantissime proposte da club di prima importanza (Milan e Juve, ndr) e anche da federazioni straniere. Ai dirigenti esteri ho sempre risposto così: non esiste che un ct campione del mondo in carica vada ad allenare un’altra nazionale diversa dall’Italia anche se siamo nell’era della globalizzazione».

Totti e Nesta no. «Da sempre sono dell’idea che bisogna rispettare le opinioni dei calciatori che per motivi diversi, stress o infortuni, lasciano la Nazionale. Non ho alcuna intenzione di chiamarli al telefono per far cambiare loro scelta, né credo mi telefoneranno. La questione è chiusa. Se posso dare un consiglio per il futuro a chi fosse sfiorato dalla stessa decisione, suggerisco di non chiudere in modo definitivo le porte, di tenersi aperta una via di ritorno. Ho sentito e visto spesso Totti, mai abbiamo parlato di calcio e Nazionale».

Amauri no, Cassano ni. «Non credo che la federazione rincorra quei calciatori che possono ancora far parte del club Italia (tipo Amauri e Balotelli, ndr). Quando faranno la scelta in modo convinto e sincero, senza calcoli, allora ne riparleremo. Cassano? Dai 18 ai 40 anni tutti devono avere il sogno di far parte della Nazionale, nessuno deve sentirsi escluso e a ogni convocazione chi ne resta fuori deve impegnarsi per rientrare in quella successiva».

Riparto da Berlino. «Non inseguiamo il modello Spagna. Loro hanno puntato su giovani collaudati dai grandi club in Champions league, noi punteremo su qualche novità ma non butteremo via niente della magica esperienza vissuta in Germania. E non certo per riconoscenza ma perché convinto che ci sono molti di quei ragazzi che possono dare ancora tantissimo alla causa azzurra. Gattuso? Se si libera dei tanti ciondoli che porta nello spot televisivo, sarà ancora dei nostri».
Le inesattezze lette. «Molte le inesattezze lette negli ultimi giorni. La prima: che avrei firmato in anticipo il contratto. Non l’ho ancora fatto, pensate un po’. Ho solo detto ad Abete prima dell’europeo: andate a giocarvelo, se va bene, sarò felicissimo, se andrà male, sono disponibile a tornare, senza garanzie scritte dunque. Non ho preteso carta bianca: ho solo chiesto di lavorare con lo stesso gruppo di Duisburg cui si aggiungerà Angelo Peruzzi. Mi occuperò anche delle altre nazionali, come in passato. Andrò al raduno dell’Olimpica che a Pechino sarà seguita da Pezzotti, il mio vice».

Risposta a Donadoni. «Per i primi 4-5 mesi del recente biennio, sono stato in silenzio. Ho fatto il giro delle università, mi hanno chiamato a parlare di risorse umane e della gestione del gruppo. Quando ho ripreso a fare interviste ho sempre espresso fiducia nel gruppo degli azzurri e nel lavoro di Donadoni. Ho detto prima dell’europeo: non vedo in giro una nazionale più forte della nostra. Il commento lo lascio a voi».

Il rigore di Del Piero. Spiegazione: Alex, a Vienna, ha rifiutato di calciare il primo rigore e si è spostato al quinto posto. Aveva tentato di fare lo stesso a Berlino con Lippi, inutilmente. «Se mettessi becco in questa vicenda, offrirei materiale polemico, appartiene al passato» la risposta diplomatica di Lippi.

Il gioco e le novità. «Una squadra che si rispetti deve essere in grado di giocare con 2-3 moduli e giocare bene, in modo moderno. Le novità cominceranno dal 20 agosto quando ci ritroveremo a Nizza per l’amichevole con l’Austria ma alcuni nomi sono quelli visti a Vienna (Aquilani, Chiellini, Gamberini), altri se ne aggiungeranno (per l’attacco Rossi e Acquafresca, ndr). Un nome su tutti: Dossena appena passato al Liverpool».

I miei rischi. «Ho letto di sondaggi negativi sul mio conto, forse si riferiscono al consiglio ricevuto da alcuni amici. Ma chi te lo fa fare, mi hanno chiesto. Vincere sempre, nel calcio, non è possibile, lo so bene. Ma è tale l’entusiasmo a riprendere insieme il cammino che a questo punto non ho paura dei rischi».