Nazionalizzare le banche serve davvero?

Nella gestione mondiale della crisi qualcosa non torna. Fra breve si arriverà al secondo anniversario della «scoperta» del problema dei mutui subprime americani e con quelle due candeline spegneremo anche le ben più numerose candele nere che rappresentano le mirabolanti cifre di denaro pubblico incenerito dagli Stati Uniti (e da quasi tutte le economie progredite, con la lodevole eccezione dell’Italia) per interventi che sembrano sempre risolutivi ma non lo sono mai.

Ora, dato che le «operazioni trasparenza» sui bilanci delle banche risalgono appunto a più di un anno fa, è evidente che si sta sbagliando di grosso. Ma dov’è di preciso l’errore? Com’è possibile che ogni tre mesi le banche e le finanziarie americane abbiano bisogno di nuovo capitale con cifre che superano di gran lunga l’interezza delle nostre manovre economiche? Il problema, che nessuno esplicita chiaramente e che, a causa di questa vaghezza, sta facendo buttare dalla finestra cifre paurose, è l’incertezza sul debito.

Facciamo un esempio pratico: il colosso assicurativo americano AIG è stato ormai completamente nazionalizzato dato che gli Usa detengono circa l’80% delle sue azioni, quindi dovrebbe essere finita lì. Invece no. In realtà AIG è stata «nazionalizzata» tre volte con iniezioni di denaro che ormai arrivano all’astronomica cifra di 180 miliardi di dollari (circa il 10% dell’intero Pil italiano) e nonostante ciò le obbligazioni rappresentative del debito di AIG continuano a quotare ad un prezzo solo frazionale del loro valore nominale. Il punto è tutto qui: o una società è nazionalizzata davvero (e allora il suo debito deve godere della medesima garanzia dei richiestissimi titoli di Stato), oppure ci si è riempita la bocca con la parola «nazionalizzazione» camuffando quello che in realtà era se va bene un prestito, se va male un goffo tentativo di investimento, se va malissimo un espediente per «far uscire in pari» dai loro prestiti gli amici degli amici usando denaro pubblico.

Il fatto è che così facendo si sprecano soldi (tanti) e non si risolve nulla: che senso ha «nazionalizzare» qualcosa senza dire esplicitamente che si mette garanzia statale sul debito? Così facendo si crea solo incertezza e si alimenta il virus, perché chi ha obbligazioni non si fida e le svende, i detentori di obbligazioni vedono il loro investimento considerato «sicuro» (il rating di AIG era tripla A, il massimo possibile) ridursi di valore di giorno in giorno, con conseguente creazione di perdite, che si riflettono a loro volta sull’affidabilità delle proprie obbligazioni, che a loro volta calano, in una spirale che tende allo zero e che trascina con sé anche i denari pubblici impiegati in modo sconsiderato. Questa incertezza che nasce negli Stati Uniti danneggia anche le incolpevoli e prudenti realtà italiane o europee: le obbligazioni ibride a lungo termine di istituzioni solidissime come Munich Re o Generali sono svendute su mercati sempre meno trasparenti a prezzi vicini al 40% del loro valore nominale, con rendimenti impliciti da capogiro.

Continuando con gli esempi, due obbligazioni Fiat, assolutamente equivalenti e di pari scadenza, quotano con una differenza di prezzo del 20% l’una dall’altra solo perché una di esse è riservata agli istituzionali, costretti dall’incertezza a liquidare le posizioni a prezzi di saldo. È evidente che non si può andare avanti così: il mercato azionario è dominato dalle aspettative e quindi è «normale» che possa essere irrazionale, ma un mercato fondamentale come quello del debito deve vivere di certezze. Iniettare denaro alla cieca senza dire la parolina magica: «garantisco il debito» è come usare i soldi per scaldare la casa bruciandoli nel camino invece di impiegarli per comperarsi una stufa.
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