Il nazismo? Tanto vale riderci su

Hitler sbeffeggiato a teatro, romanzi e biografie con SS protagoniste, barzellette... Attraverso la finzione letteraria, in tutta Europa una nuova generazione ha voglia di sdrammatizzare. A costo di incassare le accuse di superficialità, revisionismo e «politically uncorrect»

Quattro anni fa aveva pubblicato un volume intitolato Global. Perché la globalizzazione ci fa bene. Ora Paolo Del Debbio torna sul tema, offrendo una nuova interpretazione su quanto sta avvenendo nell’economia internazionale e in quel processo che va progressivamente integrando culture, società e sistemi produttivi tra loro diversissimi: perché se il capitalismo non sempre se la passa bene in Europa (dove lo statalismo ha conquistato la mente e i cuori di una parte rilevante dei politici e degli intellettuali), è in larga parte del Terzo Mondo che si vanno sempre più scoprendo le virtù della proprietà privata e del mercato.
Pubblicato nella collana promossa dalla Fondazione Achille e Giulia Boroli, questo No Global, New Global. Etica e governo dei cambiamenti rappresenta un’ampia introduzione ai dibattiti sul tema e in tal modo lascia opportunamente grande spazio alle tesi di quanti (da Anthony Giddens a Jagdish Bhagwati, da Mario Deaglio a Danilo Zolo) hanno con più attenzione affrontato questo tema.
Nel corso della riflessione l’autore si propone soprattutto di porre a confronto le tesi (ben note) dei contestatori apocalittici della globalizzazione capitalistica e quelle, assai più esoteriche, di quanti invece ritengono che lo scambio commerciale e il confronto culturale siano all’origine della civiltà umana, che l’apertura dei mercati nazionali abbia già prodotto enormi benefici in tanta parte del Terzo Mondo e altri ancora ne produrrà, che la fine di ogni dirigismo politico ed economico rappresenti la premessa necessaria per avere società basate sul diritto, e non già sul trionfo della forza bruta, sul fiscalismo, sulla coercizione.
Anche se rivendica per sé una posizione in parte distinta e sebbene intenda in qualche modo superare quelli che gli appaiono essere i limiti di ordine etico del presente processo di globalizzazione, Del Debbio si dichiara più favorevole che contrario all’avvento del modello capitalistico nei Paesi in via di sviluppo. Al punto che egli definisce in tal modo la sua posizione: «essere new global non vuol dire accettare la globalizzazione neoliberista ma altrettanto certamente non significa neanche una sua negazione radicale, globale, indiscussa e indiscutibile».
L'idea di Del Debbio, quindi, è che la globalizzazione vada in qualche modo regolata e guidata, e che tale sia precisamente il ruolo della politica. Questo non significa però che si possa rigettare un processo che non soltanto è inevitabile, ma anche in larga misura benefico. Essere «new global» significa allora adottare la prospettiva di chi, postosi di fronte ai mutamenti in atto, «riconosce una realtà, ne estrapola gli aspetti positivi e ne indica le possibili correzioni».
Nell’individuare le correzioni da apportare all’economia attuale (troppo spesso viziata da molteplici ingiustizie e da politiche illiberali) Del Debbio si appoggia anche a talune lezioni formulate da Papa Giovanni Paolo II. Non senza opportunamente ricordare, comunque, quanto il Pontefice sottolineava già nel 1991, quando rilevava come l'esperienza mostri che «i Paesi che si sono esclusi (dai commerci internazionali, ndr) hanno conosciuto stagnazione e regresso, mentre hanno conosciuto lo sviluppo i Paesi che sono riusciti ad entrare nella generale interconnessione delle attività economiche a livello platenario». Un altro modo, questo, per celebrare gli indubbi meriti della globalizzazione.