'Ndrangheta, maxi blitz: 49 in manette a Cosenza, anche ex senatore Udeur

Duro colpo alla cosca Bruni infiltrata in attività imprenditoriali: gestiva anche le onoranze funebri. In manette Bonaventura La Macchia, ex senatore dell'Udeur, e il boss Michele Bruni

Cosenza - Un duro colpo alla cosca Bruni della 'ndrangheta che si era infiltrata in numerose attività imprenditoriali, gestendo, tra l'altro, i servizi di onoranze funebri ed una discoteca nel centro di Cosenza. La maxi operazione dei carabinieri ha portato all'arresto di 49 presunti affiliati. In manette anche due carabinieri e Bonaventura La Macchia, il 57enne ex senatore dell'Udeur che, grazie ai suoi collegamenti con il titolare di una casa di cura di Cosenza, si era inserito nel racket delle pompe funebri.

La maxi operazione I provvedimenti restrittivi sono stati emessi dal gip distrettuale di Catanzaro su richiesta della Dda e uno riguarda, tra gli altri, l'ex parlamentare dell'Udeur Bonaventura La Macchia. Il gruppo criminale avrebbe avuto anche un ruolo attivo nel traffico di stupefacenti, nelle estorsioni e nelle rapine contro i furgoni portavalori eseguite con la complicità di mafiosi pugliesi. In manette anche il presunto capo della cosca Bruni, Michele Bruni, che era stato scarcerato appena ieri ed era stato posto agli arresti domiciliari. Insieme a lui, secondo quanto riferito dagli investigatori, sono stati arrestati la compagna e tre fratelli, due dei quali, comunque, erano gia' detenuti. La cosca Bruni, che si ritiene oggi disarticolata, aveva assunto negli anni Novanta un ruolo egemonico a Cosenza, sfruttando il vuoto di potere determinatosi dopo l'operazione Garden, risalente al 1994, ed ottenendo il controllo del traffico di sostanze stupefacenti, delle estorsioni e delle rapine contro i furgoni portavalori.

Le accuse a La Macchia La Macchia è accusato di tentata estorsione, aggravata dalle modalità mafiose. L'ex parlamentare, in particolare, avrebbe fatto pressioni sul proprietario della casa di cura per fare in modo che il servizio di pompe funebri per le persone che morivano nella clinica fosse affidato ad un impresa che sarebbe stata collegata alla cosca Bruni della 'ndrangheta. La Macchia era già stato arrestato negli anni Novanta per reati finanziari legati alla gestione di una società, la Edicom, dalla quale avrebbe distratto somme per circa due miliardi di lire. Per questa vicenda La Macchia ha subito una condanna a due anni e mezzo di reclusione per bancarotta fraudolenta e tentata estorsione. La Macchia era stato eletto deputato nel 1996 con la Lista Dini e nel 1999 aveva aderito all'Udeur. L'inchiesta che ha portato all'arresto di La Macchia e delle altre persone coinvolte nell'operazione è stata condotta dai pm della Dda di Catanzaro Vincenzo Luberto, Raffaella Sforza, Claudio Curreli e Adriano Del Bene (questi ultimi due applicati dalla Procura della Repubblica di Cosenza).

La cosca nelle mani della compagna Era la compagna polacca di Michele Bruni, la 29enne Edyta Kopaczynska, a dirigere gli affari della cosca nel periodo in cui il boss era detenuto. Dall’attività investigativa è emerso il ruolo significativo che Edyta Kopaczynska avrebbe svolto nella gestione degli affari della cosca Bruni, con un’influenza notevole non soltanto sul compagno ma anche sugli altri affiliati alla cosca, con spartizione di compiti e proventi delle attività illecite. Per farsi capire da tutti, tra l’altro, la polacca aveva imparato e si esprimeva in dialetto cosentino. Bruni aveva ottenuto gli arresti domiciliari perché detenuto per violazione degli obblighi della sorveglianza speciale, era stato arrestato nel luglio del 2009 dalla Squadra mobile di Cosenza dopo un lungo periodo di latitanza. All’epoca, tra l’altro, Bruni era inserito nell’elenco dei cento latitanti più pericolosi diramato dal ministero dell’Interno.