’Ndrangheta nel Lazio: confiscati beni ai Gallace

Un gruppo «ben strutturato e diversificato, operante in un contesto di marcata delinquenza associata»: così il Tribunale di Roma bolla il clan calabrese dei Gallace-Novella ordinando per cinque dei suoi membri la confisca per quasi 5 milioni di euro, disponendone contemporaneamente lo speciale regime di sorveglianza con obbligo di soggiorno. «Gli accertamenti patrimoniali mobiliari e immobiliari - si legge nell’ordinanza a seguito delle indagini della squadra Anticrimine della polizia capitolina e del Gico della Guardia di finanza - denunciano un’evidente sproporzione tra i beni indicati e il reddito proveniente da attività lecita. Quindi i beni suddetti risultano frutto di attività illecita e ne costituiscono il reimpiego». È la prima volta che vengono sequestrati e poi definitivamente acquisiti dallo Stato beni della ’ndrangheta impiantata nel Lazio. Una gigantesca lavatrice di denaro «sporco» messa in moto fin dalla fine degli anni ’70 in quel di Anzio e Nettuno col trasferimento di una ’ndrina dei transfughi della feroce faida di Guardavalle (Cz) che vide protagonisti le fazioni opposte dei Randazzo e Gallace-Tedesco. Da allora i Gallace non perderanno mai i contatti coi capi-bastone calabresi, anzi, utilizzeranno il litorale romano come avamposto dei loro traffici. Il provvedimento di confisca riguarda un fabbricato con appartamenti residenziali al civico 4 di via In Arcione, a Nettuno, nonchè una decina di auto, tra utilitarie e vetture di lusso, e alcuni scooter e motociclette. In realtà solo una parte dei beni per i quali gli agenti di San Vitale avevano inoltrato richiesta di confisca. «Inoltre - spiega il colonnello Gaetano Scazzeri, del Gico - ulteriori indagini sono ancora in atto su una miriade di assegni, libretti al portatore e conti correnti intestati anche a prestanome o affiliati a vario titolo e comunque riconducibili ai cinque sott’inchiesta». Agazio (52 anni), i suoi fratelli Giuseppe Antonio (37 anni) e Bruno (34) anni, attualmente detenuti in carceri di massima sicurezza a Velletri e Spoleto, scontata la pena, dovranno sottostare appunto a 5 anni di sorveglianza i primi due, a quattro il terzo. Controllati speciali per 4 anni anche un altro fratello, Pietro (40 anni) e un cugino, Antonio (43 anni). Dovranno poi tutti versare in solido fra loro circa 35mila euro alla cassa delle ammende come «cauzione» di buona condotta. Protagonisti assoluti dei traffici di coca importata col beneplacito dei cartelli colombiani attraverso la Germania, l’Olanda, la Svizzera e la Spagna, i Gallace - secondo gli inquirenti - si specializzano in armi e truffe, soprattutto ai danni delle assicurazioni, estorsioni, danneggiamenti, violazioni in materia di aggiudicazione ed esecuzione di appalti pubblici. Ma anche nel supporto logistico a latitanti (dall’ordinanza risulta che la «locale» calabra abbia persino pianificato nel ’97 la clamorosa evasione dall’ospedale Niguarda di Milano del boss Domenico Riitano) e di sostegno a sodali finiti dietro le sbarre. Di fughe ne sa qualcosa lo stesso Agazio, considerato all’apice della cosca. Arrestato per duplice omicidio, nel ’90 fugge dall’ospedale Eastman dov’era piantonato a vista. Nell’82 è tra le menti del sequestro ai danni dell’industriale pometino del farmaceutico, Maurizio Gellini. Nell’ottobre scorso la Dda trasferisce a Roma gli effetti della maxi-operazione «Appia-Mythos» del 2004 con 90 nuove ordinanze di custodia cautelare, di cui ben 33 sul litorale. Parallelamente prendono il via gli accertamenti patrimoniali. «Si tratta - conclude il capo dell’Anticrimine, Antonio Del Greco - di due inchieste ben distinte. Di fatto le confische sono definitive e prescindono dall’esito del processo penale». Una bufera giudiziaria, comunque, che ebbe a novembre fra i primi risultati lo scioglimento del consiglio comunale di Nettuno per infiltrazioni mafiose.