Ma neanche il Carroccio guadagna voti

La Lega ha vinto le regionali, eppure non ha guadagnato elettori. Anzi, rispetto alle europee del 2009 ne ha persi. Duecentomila per la precisione. Un calo che riguarda tutti i partiti e che si spiega in buona parte, ma non solo, con l’astensione, aumentata dell’8%.
A fotografare la situazione è l’Istituto Cattaneo di Bologna, che ieri, a tempo di record, ha elaborato non le percentuali, già note lunedì sera, ma i voti effettivamente espressi dai cittadini; i numeri assoluti, insomma. E li ha paragonati con le precedenti elezioni.
Rispetto alle amministrative del 2005 la Lega guadagna 1.370.000 voti e l’Italia dei Valori 1.227.000; arretrano invece il Pd, meno due milioni, e il Pdl meno un milione, che si riducono a 400mila, estrapolando i 600mila persi nella Provincia di Roma da cui la lista è stata esclusa.
Ma cinque anni sono tanti, l’Italia nel frattempo è cambiata. Il confronto politicamente più significativo è con le Europee del 2009. E il quadro cambia. Scivolano tutti i partiti. Oltre alla Lega, Di Pietro che vede svanire 477mila schede, il Pd 1.200.000, l’Udc di Casini 400mila, mentre il Pdl ben 3.222.000, che diventano 2.600.000 circa, sottraendo i 600mila del Lazio. Un arretramento ampio, che però non impedisce al Popolo della Libertà di essere il primo partito in 8 delle 13 regioni in cui si è votato.
Giù tutti, insomma. E su l’astensionismo. Con un effetto paradossale. Alla vigilia ci si aspettava che a disertare le urne fossero soprattutto gli elettori di centrodestra. E invece, come spiega Giancarlo Gasperoni, direttore dell’Istituto Cattaneo, «l’astensionismo è stato maggiore in Toscana, Liguria, Emilia-Romagna, Marche, Lazio, che però fa storia a sé, ovvero nelle regioni dove il centrosinistra è maggioritario». E questo spiegherebbe perché il centrodestra abbia potuto strappare 4 regioni.
Solo tra qualche giorno si conosceranno con esattezza i flussi tra un partito e l’altro, ma secondo il politologo Roberto D’Alimonte, «ha vinto queste elezioni non chi ha conquistato nuovi elettori, ma chi è riuscito a tenersi i propri o a perderne meno degli altri».
Quello di domenica, insomma, sarebbe stato un voto di conservazione e non di conquista, che segnala la scomparsa della «smobilitazione asimmetrica» che aveva caratterizzato sia le amministrative del 2000, che quelle 2005, quando la vittoria fu determinata dalla capacità di motivare il proprio elettorato di base. «Dieci anni fa il Polo vinse 8 a 6 perché i suoi simpatizzanti erano agguerriti, mentre quelli di sinistra apparivano disamorati - osserva il politologo - nel 2005 gli stati d’animo si invertirono e il centrodestra subì una delle sue sconfitte più cocenti, perdendo 11 a 2».
Secondo D’Alimonte, che insegna Sistemi politici italiani all’Università degli studi di Firenze, da queste elezioni emerge complessivamente un messaggio di forte malcontento nei confronti della politica, «che provoca un’erosione del Pdl e del Pd, a vantaggio dei partiti più piccoli, ma senza spostare in modo marcato le proporzioni tra le due grandi coalizioni. E questo spiega perché la flessione del Pdl non abbia scalfito la leadership politica di Berlusconi all’interno del centrodestra».
Gasperoni valuta che oggi il peso del Pdl nel centrodestra sia pari al 70%, mentre stima quello della Lega in aumento al 30%; nel centrosinistra Di Pietro conta per il 22% e il Pd per il 78%.
Anche Marco Cacciotto, docente di Marketing politico e Public affairs all’Università degli Studi di Milano, invita a riflettere sulla sfiducia trasversale nei confronti dei partiti e che, tra l’altro, si traduce nel successo del movimento di Beppe Grillo, soprattutto nelle regioni rosse, come in Emilia Romagna, dove arriva al 7%. E ritiene che sia la sinistra a uscire sconfitta da queste elezioni. «Il Pd e i suoi alleati dovrebbero chiedersi com’è possibile che dopo 15 anni di Formigoni non riescano nemmeno a impensierire il centrodestra in Lombardia. E lo stesso accade in Veneto...».
Cacciotto percepisce un deficit di credibilità nell’opposizione e ha «l’impressione che la maggior parte dei cittadini non abbia fiducia nel centrosinistra». Come dire: finché il Pd resta in queste condizioni, senza una forte identità e privo di un leader carismatico, Berlusconi e Bossi continueranno a vincere.