Neanche nel ’78 aveva tanti talenti

Un Pibe tira l’altro: può capitare solo nel calcio sudamericano. Vedi Maradona grasso e goffo in tribuna, ma poi sul campo compare la sua reinterpretazione del calcio del Duemila. Lionel Messi è spuntato per un quarto d’ora in questo mondiale e tanto è bastato per raccontarci che il suo calcio è concretezza e fantasia, bellezza estetica e bellezza atletica nonostante la taglia da piccoletto, cresciuto con un problema ormonale prima che il Barcellona decidesse di portarselo in Europa pagandogli le cure: 900 dollari al mese per crescere un altro fenomeno. Da quelle parti ne hanno avuti tanti, ma oggi Ronaldinho e Messi hanno la stessa maglia. E chissà che, tra meno di un mese, non si trovino nella stessa finale.
Ieri l’Argentina ha cantato la sua canzone, non la solita nenia sudamericana. Ma un cocktail di allegria e ritmo, gente intonata e piacere del guizzo estemporaneo. Il calcio sudamericano ci offre ancora dribbling e gol. Questo mondiale ci regala Ronaldinho e Messi, Kakà e Saviola. Sudamerica superstar. Gente che fa divertire, anche con un tunnel. Parole dimenticate in un mondo che si nutre di diagonali e ripartenze. Ecco, la giovane Argentina, fortemente voluta da Pekerman, ha qualcosa d’antico. Plasmatore di giovani, profeta del gioco offesivo, questo ct, che Maradona aveva disprezzato, si è portato dietro una valigia di talenti d’attacco. E li sta dispensando con saggia moderazione.
Ieri sei gol, come nel 1978 al Perù, quando ci fu una certa puzza di bruciato e quando l’Argentina vinse il mondiale. Allora giocavano Passerella e Kempes, Luque e Bertoni, Ardiles e Tarantini. Gente più formata, picchiatori emeriti, personaggi di carattere. Questa squadra, forse, ha più talento e meno grinta, più estemporaneità e qualche pizzico di follia alla voce Tevez. Messi, Tevez, Crespo, Saviola, Aimar, Riquelme, Mascherano, Palacio, l’ultima scoperta del Boca Juniors, farebbero impazzire qualunque squadra. Anche il Brasile. L’attacco argentino ha la forza dei piedi buoni e dell’incoscienza giovanile, difesa e centrocampo rimettono in pari la situazione con altre squadre. Solo il quadrilatero magico del Brasile, ma in piena forma, può tener dietro ai ragazzi terribili di Pekerman. Tutto questo nella teoria. Perchè, nella pratica, più di una volta l’Argentina ha tradito se stessa e la grandezza dei propri giocatori.
Stavolta servirebbe che Brasile e Argentina non tradissero nessuno, nemmeno il calcio. Il Brasile di quel Ronaldo misterioso, di questo Ronaldinho svagato, di un Adriano imbambolato, difficilmente potrà tener botta. L’attacco dei gringos ha detto: per ora i più forti siamo noi. Ma se anche Parreira ritroverà la formuletta magica per il suo quadrato delle meraviglie, il mondiale non racconterà il calcio bailado, ma ci proporrà calcio cantato: gol e dribbling, un tunnel in più e un calcio d’angolo in meno. Fino ad oggi nemmeno il campo ha detto quale sia la più forte. Nelle qualificazioni sudamericane tutto è finito in parità: il Brasile che batte l’Argentina 3-1 in casa e ne riceve ugual risultato a casa loro. I sei gol di ieri sono un’illusione per tanti, un’infamia per gli avversari. Ma un campanello d’allarme per i sogni di Ronaldinho e la sua gente.