Neanche il popolo del Pd crede al Pd

Di fronte al fallimento di Milano, dove il vendoliano Pisapia ha vinto le primarie, Bersani chiude gli occhi e s’illude: &quot;Vinceremo&quot;. Le masse che furono del Pci non ne possono più. Torino, Bologna e Napoli: <strong><a href="/interni/primarie_torino_bologna_e_napoli_nuovi_incubi_democratici/16-11-2010/articolo-id=487153-page=0-comments=1">nuovi incubi</a> </strong><br />

Sbam. Il Pd è di nuovo al tappeto. Solo che que­sta volta il gancio sinistro sembrava quasi al rallentatore, come se in fondo un po’ tutti se lo aspettavano. Questo non significa che la botta faccia meno male. Quello che è successo alle primarie per il sindaco di Milano sta sgretolan­do le ultime certezze di un partito che da tem­po affida la sua esistenza alle acrobazie anti­berlusconiane di Fini. Giuliano Pisapia è un avvocato che non ha mai ripudiato il garanti­smo. È il più classico degli outsider e la sua av­ventura ricorda quella di Vendola, ma con una sobrietà milanese. Ha battuto Stefano Boeri, il candidato «Dem» ufficiale senza sudare più di tanto.

Ma il dato che più fa impressione è il numero dei votanti. Ci si aspettava almeno centomila persone, ma a scegliere l’anti Moratti sono arrivati in 67mila e poco più. C’erano i vip e la borghesia intellettuale. Gli altri, quelli che fanno numero, non si sono neppure accorti delle primarie. È per questo che il «ve l’avevo detto» della Bindi non centra il problema. Lei bacchetta: «Avevo consigliato il mio partito a non schierarsi qui a Milano. Non per ignavia, ma perché eravamo di fronte a due autorevoli candidati. Il Pd avrebbe comunque potuto vincere queste primarie dichiarando dall’inizio che avrebbe appoggiato qualunque candidato avesse vinto».

Mettere il cappello sul primo vincitore che passa è un po’ generica come scelta politica, ma il guaio è comunque un po’ più grosso. È quel 67mila che sballa. Il Pd assomiglia sempre di più a un club esclusivo. Va benissimo per darsi delle arie aristocratiche, ma in democrazia è masochismo. Forse è arrivato davvero il momento di rottamare un’intera classe dirigente, che da quindici anni si nutre di sberle e sconfitte. Ma rottamare sul serio. Non sia anche questa un’inutile metafora. Questo partito, nato per rivoluzionare la partitocrazia italiana, ha cambiato tre segretari in due anni. E ogni volta ha preso batoste. Tre uomini e una sola politica ossessiva: tagliare la testa al Cav. E se l’errore fosse sempre e ancora questo?

Il Pd adesso deve essere freddo e ragionare. C’è da capire come mai perfino il suo popolo, la sua gente, non se la sente più di votare un partito fantasma. Il clima che si respira intorno al partito storico della sinistra italiana è un misto di rassegnazione e indifferenza. È un sentimento che si esprime in una sola immagine: un gesto di sconforto con la mano e un vabbè sussurrato senza più rabbia. Tutto qui. Quasi non fa più notizia. Ci vorrebbe un allenatore nuovo. Un Mourinho o un Mancini, uno vaccino contro l’abuso di sconfitte. Ma ce ne sono in giro, a sinistra? Certe cose si vedono sul campo. Come dice Matteo Renzi: «Smettiamola di inseguire Fini e andiamo alle elezioni».

Di certo il Pd dovrebbe smetterla di impicciarsidi ciò che succede a destra e pensare a quello che avviene a sinistra. Meno Fini e più Vendola. Milano è un punto di non ritorno. È la malattia conclamata. Sono le masse popolari del Nord che si riconoscono nella Lega e vedono nella sinistra in cardigan l’espressione di un’élite aliena, senza un’identità politica e monomaniaca. Non si riconoscono nelle loro elucubrazioni cervellotiche e, anche se cresciuti nel grande partito di massa del Novecento, si adattano a votare quello che considerano il meno peggio. Bersani prima o poi lo capirà. Il suo popolo è più in sintonia con il Carroccio. È questione di pelle. È un riconoscermi. Sta diventando un sentimento. Ancora convinti di non aver sbagliato nulla negli ultimi vent’anni? Bisogna ammetterlo.

La maggioranza si è spaccata, il governo sta navigando da tempo al confine della crisi, e l’opposizione non solo non trova profitto da tutto questo, ma registra una linea piatta con un flebile bip bip. L’alternativa è in coma. Uno pensa: magari stanno pensando a una soluzione. Poi leggi le chiacchiere interne e scopri che l’unica ideona è abolire le primarie. Il senso è: facciamo finta di non essere malati e spacchiamo il termometro. Geniale. Bersani fa quasi tenerezza quando invece dice: «Vinceremo». Non è ottimismo. È chiudere gli occhi e gridare: non voglio sentire. La lezione di Milano è un’altra: la miseria del Pd non ha nulla a che fare con Berlusconi. Quella che si è aperta a sinistra è davvero la breccia di Pisapia.