Necessarie garanzie

Le ultime intercettazioni del caso Moggi pongono nuovamente l'accento sui rischi della spettacolarizzazione delle inchieste, attraverso la patologica connessione tra magistratura e mass media. A più di dieci anni da Tangentopoli, ogni tanto ci s'imbatte in un trafiletto dove si apprende che un uomo politico del tempo che fu è stato assolto, dopo un lungo calvario nelle aule della giustizia. Si tace, però, che nel frattempo non solo la loro carriera si è interrotta, ma anche che la sua reputazione pubblica è stata compromessa. L'assoluzione tardiva, così, non serve alla riabilitazione ma ad alimentare una rabbia sorda e priva di sbocchi.
Si obbietterà: ogni processo di grande moralizzazione comporta, inevitabilmente, delle vittime. Senza il sacrificio di alcuni capri espiatori non sarebbe stata colpita la corruzione che dilagava nella politica italiana. Senza le intercettazioni di Fassino non sarebbe stata resa nota la connessione tra finanza rossa e «furbetti del quartierino». E oggi, infine, senza le rivelazioni sulle conversazioni tra Moggi e Pisanu non si sarebbe scoperto fino a che punto il ruolo di condizionamento del manager bianconero fosse penetrato.
L'informazione ha così svolto il suo compito di divulgare le notizie senza guardare al colore dei potenti, ma non è possibile non guardare l'altra faccia della medaglia. Il clamore di certe rivelazioni non aiuta a estirpare definitivamente e fino in fondo le metastasi laddove si producono. Servono, piuttosto, a girare pagina senza cambiare storia. E questo aiuta a capire come mai dopo le grandi purghe mediatiche, a pochi anni di distanza, si scopre che certe patologie continuano a prodursi, con nuovi protagonisti. Dubitiamo ancor di più che un'opera di effettiva moralizzazione possa essere condotta mettendo a repentaglio i diritti e la dignità della persona, qualunque cosa essa abbiano commesso o non commesso. Proprio in momenti come questi è bene ricordare che, dal punto di vista della moralità effettiva, è comunque preferibile un colpevole che riesca a farla franca piuttosto che un innocente ingiustamente accusato e dileggiato.
Tutto ciò per chiarire come, in generale, la pensiamo. Ma oggi non ci troviamo al cospetto di un mero problema di garantismo. Si sta verificando, piuttosto, un mutamento genetico della lotta politica, per il quale alla sovranità del popolo si sta sostituendo un potere occulto, non si sa da chi governato, che può decidere quale uomo politico macchiare, chi salvare e chi, invece, condannare alla gogna mediatica. Come? Molto semplice: basta dare alle stampe una sua intercettazione o, come avviene sempre più di sovente, anche una conversazione nella quale alcuni signori parlano di lui. Ciò accade non più solo in occasione di grandi crisi un po' enfaticamente chiamate «rivoluzioni». È prassi costante, che vale per piccole come per grandi cose. Anche quando i fatti non sono rilevanti né sotto il profilo politico né sotto quello penale, si mettono un po' di frasi intercettate nel ventilatore.
Al cospetto di questa prassi per un politico è pressoché impossibile difendersi. Chiunque conosca i tempi e i modi della politica sa che nel corso di una giornata è normale svolgere almeno una telefonata nella quale ci si lascia andare a uno sfogo e si affermano cose poco commendevoli. Evitarlo significa rinunziare a priori allo stress che alcuni incarichi pubblici comportano. Proprio per questo, nel caso dei rappresentanti del popolo, il parlamentarismo classico aveva previsto delle speciali garanzie.
Da questo punto è urgente ripartire. Il problema non si risolve stigmatizzando le fughe di notizie dalle procure o prendendosela con i giornalisti che si limitano a fare il loro mestiere. In questa deregulation, chi ha una notizia è normale che la pubblichi perché, in caso contrario, lo farà la concorrenza. Urge, invece, ripensare il sistema di garanzie per il semplice cittadino ma, ancora di più, per i rappresentanti del popolo. Nel loro caso, è necessario un provvedimento col quale si stabilisca che non possano essere pubblicate trascrizioni che li riguardano, anche se ad essere intercettati sono degli interlocutori o addirittura dei terzi.
Di certo non mancherà chi griderà all'insopportabile privilegio. Ma si tratta di una visione distorta e limitata. Perché quando la democrazia, s'impose, le «guarantigie parlamentari» furono richieste dai più deboli, per tutelare i rappresentanti della sovranità popolare da altri poteri che non si sa a chi rispondono: allora esattamente come oggi.