Necroforo assassino assisteva all’autopsia delle sue vittime

A Sanremo due donne dilaniate con 92 coltellate nel giro di ventiquattr’ore

Paolo Bertuccio

San Valentino 1992. Per il medico legale in servizio a Sanremo c’è poco da pensare all’amore. Quel giorno, nell’obitorio della cittadina rivierasca, è in programma un’autopsia. Si tratta di una donna di 53 anni, di nome Wanda Rovatti. La morte risale al giorno precedente, e la notizia ha già fatto il giro di tutte le redazioni d'Italia: già, perché la donna è stata uccisa in maniera che definire barbara è ancora poco.
Sono stati i vicini di casa di questa navigata prostituta con la passione degli animali a chiamare i carabinieri. Dall’appartamento accanto al loro, nella palazzina di corso Inglesi, sentivano da troppi minuti la televisione accesa ad altissimo volume e il cagnolino della Rovatti, un chihuahua, abbaiare convulsamente. I militi, dopo aver forzato la serratura, si sono trovati davanti agli occhi un vero campo di battaglia. Cassetti aperti, oggetti sparsi sul pavimento insieme ad un’infinità di cocci di vetro e, al centro del salotto, in una pozza di sangue, il corpo senza vita della padrona di casa. Che si trattasse proprio di lei è stato accertato solo dopo un attimo di esitazione, visto che del volto della signora Rovatti (sempre sorridente, diranno i conoscenti) non rimaneva quasi nulla. La vittima era stata orrendamente sfigurata con i cocci di un soprammobile di vetro, costretta - come si poteva dedurre dalle strisce di sangue sul pavimento - a rovistare nei cassetti per cercare chissà che cosa, per poi venir colpita da qualcosa come trentasette coltellate, l’ultima delle quali le aveva reciso la carotide ponendo fine all’orribile agonia.
L’autopsia comincia, e tra le poche persone che assistono all’operazione si trova uno spettatore attentissimo. Fa il necroforo per il Comune di Sanremo, e il suo nome è Paolo Savini. Trentanove anni, sposato, una figlia piccola. Un uomo alto e robusto, capelluto e barbuto, con uno sguardo vivissimo. Sembra quasi la caricatura cinematografica del becchino: più di una persona arriverà a trovare i suoi occhi inquietanti. Ma questo succederà dopo, quando le foto di Savini finiranno su tutti i giornali. Per adesso, nessuno sa che Paolo Savini è un omicida, che ucciderà ancora e che, il giorno di San Valentino dell’anno di grazia Millenovecentonovantadue, sta assistendo in religioso silenzio all’autopsia della sua prima vittima.
Il passato di Savini non è molto diverso da quello di tanti suoi coetanei. Il diploma magistrale, l’iscrizione alla facoltà di Filosofia e l’ingresso - sono gli anni Settanta - nella galassia dell’ultrasinistra e, successivamente, nella Cgil. Poi gli studi abbandonati, l’eroina da cui, dopo qualche anno, riesce a fuggire ed un lavoro come netturbino per il Comune di Sanremo. A 37 anni il matrimonio e la richiesta di trasferimento nei servizi cimiteriali, per guadagnare di più. Una persona un po’ bizzarra ma buona, secondo i colleghi, che nemmeno immaginano che, da poche settimane, Savini ha ripreso a bucarsi.
E ora Savini, intimamente compiaciuto, assiste al lavoro del medico che stabilisce il numero esatto di coltellate inferte da un assassino del quale gli inquirenti ancora non sanno nulla, ma che ha seminato la casa di indizi: un pacchetto di Diana blu, un paio di occhiali Ray Ban senza una stanghetta, un ciuffo di capelli tra le mani della vittima. Savini sente qualcosa dentro, non sapremo mai che cosa, e va via. Va verso la casa di un’altra donna che vive sola: Annie Desitter, 49 anni. Annie ha tante cose in comune con Wanda, di cui era amica: il fatto di vivere sola senza un uomo fisso, la frequentazione dello stesso locale da ballo, il Morgana; perfino la grande passione per gli animali, al punto che Annie Desitter ricopre la carica di vicepresidente locale della Lega per la difesa del cane. Purtroppo, un’altra cosa in comune tra loro sarà il tipo di morte.
Le coltellate inferte da Savini stavolta sono 55, e la scena del delitto è caotica quanto quella di 24 ore prima. Ancora cocci di vetro per terra, e stavolta sono quelli di alcuni quadri raffiguranti cani che l’efferato assassino ha sfregiato, dando agli inquirenti l’idea di avere a che fare con un maniaco che odia gli animali. Savini, evidentemente, agisce seguendo un impulso interiore che non gli dà modo di compiere i delitti in maniera razionale: anche questa volta lascia tracce di qualunque tipo e, addirittura, dimentica un pacchetto di sigarette della stessa marca di quello trovato in casa di Wanda Rovatti.
Come nel caso del primo omicidio, l’assassino, rimessosi nei panni del necroforo comunale, è incaricato di trasportare il cadavere. Nelle settimane che seguono, accertato che ad uccidere le due donne è stata la stessa mano, mentre Sanremo vive immersa nella paura del mostro, Paolo Savini si comporta in maniera strana. Se ne accorge la moglie, se ne accorgono i colleghi, ma nessuno sa spiegarsi il perché. Nel frattempo, un altro delitto va in scena nell’imperiese, ad Arma di Taggia. La vittima è la pensionata Jole Cervetti, 79 anni, soffocata nel suo letto il 27 febbraio a scopo di rapina: sono stati infatti portati via dalla casa numerosi oggetti preziosi. Anche se l’opinione pubblica attribuisce immediatamente l’omicidio al mostro, la colpevolezza di Savini in questo caso non è mai stata accertata. L’unica cosa certa è che non ci sarà mai modo di avere questa conferma da Savini in persona perché, il 23 marzo, il becchino di Sanremo scrive un brevissimo biglietto alla famiglia: «So che non mi capirete ma spero mi perdoniate. Vi amo», e poi si inietta in un sol colpo quattro dosi di eroina, una quantità deliberatamente esagerata, per farla finita.
Basta un normale test del Dna, grazie ai capelli ritrovati sulla scena del primo delitto, per stabilire senza ombra di dubbio che quel becchino un po’ strambo era in realtà un ferocissimo assassino, che ha colpito due volte nel giro di 24 ore. Come se non bastasse, la moglie riconosce i Ray Ban rinvenuti in casa di Wanda Rovatti, mentre la polizia, nel cimitero in cui Savini lavorava, trova l’armadietto personale dell’assassino stipato di riviste erotiche e di film porno-splatter di connotazione necrofila.
Un incubo lungo un mese, ma anche una famiglia distrutta, quella dell’assassino. Questo il bilancio della folle storia di Paolo Savini, il becchino di Sanremo che, per due giorni, si fece belva.

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