Necrogiudici

Udite udite, si riapre il caso Tenco, e viene prontamente prevista una riesumazione del corpo sepolto tanti anni or sono, nel gennaio del 1967 per la precisione. Gli amanti del filone necroscopico, imperversante anche nella realtà italiana oltre che nella letteratura gialla di ampio consumo, ne saranno senza dubbio deliziati. Queste inchieste a scoppio ritardato, disseminate nella cronaca giudiziaria come lo sono, qua e là per la penisola, gli ordigni bellici della seconda guerra mondiale, schiudono le porte ad infiniti esercizi di dietrologia investigativa e ad infinite ipotesi criminal-poliziesche. Ciò che a prima vista era apparso semplice fino alla banalità viene sdegnosamente accantonato: perché, si afferma con nobile slancio, bisogna conoscere la verità. Ma la verità vera, non quella sempliciotta buttata lì, qualche decennio fa, da inquirenti pronti ad abboccare all’amo dell’ovvio. La verità è difficile, già Ponzio Pilato aveva ammonito: «Quid est veritas?». Bisogna cercarla.
Ci si era fermati all’idea, davvero deludente, che Tenco - amareggiato tra l’altro per la bocciatura d’una sua canzone - si fosse tolta la vita con un colpo di pistola. Ma adesso la legge, troppo a lungo inerte, è partita alla riscossa. L’indagine fu frettolosa e incompiuta, ha dichiarato il procuratore della Repubblica di Sanremo, Mariano Gagliano. Se non di suicidio ma di omicidio s’è trattato, gli scenari percorribili sono tutti allettanti per chi predilige le trame tenebrose. Chi ha sparato? Una donna, magari famosa, per passione amorosa? Un rivale, per odio concorrenziale? Un sabotatore che voleva affossare il Festival? Un moralista ostile ai cantautori? Sicari prezzolati da Castrocaro?
Vedremo. «Finalmente una decisione - questa di avviare una nuova inchiesta, di riesumare i resti del cantante, di sottoporre a perizia il proiettile che l’ha ucciso - da Paese normale». L’ha detto il giornalista Marcello Giannotti che, essendo autore della «Enciclopedia di Sanremo» e di «Fermate quel Festival» vanta una competenza specifica alla quale m’inchino. Ma la mia valutazione sull’opportunità di riavviare una procedura giudiziaria è opposta alla sua. La decisione è da Paese anormale. O meglio da Paese dove purtroppo la consuetudine di praticare l’archeologia giudiziaria è potente, anzi dominante.
Polemisti e sensazionalisti non hanno ancora mollato né il caso Mattei né il caso Moro, di Anna Maria Franzoni si parlerà ancora, immagino, verso la metà del ventunesimo secolo. Gli eventi giudiziari clamorosi s’inabissano e poi riaffiorano, a distanza di lustri, come fiumi carsici. Non manca mai la rivelazione del supertestimone di turno. Il che è già abbastanza sconcertante, ma potrebbe essere - pur con qualche difficoltà - tollerato se la giustizia italiana avesse tempo da perdere, e potesse dunque dedicarsi senza rimorso a qualche futilità di larga eco popolare.
Purtroppo queste escursioni frivole non sono adatte - almeno secondo me - a una giustizia che non riesce ad assolvere i suoi compiti primari, che fa tardare anni e anni sentenze dalle quali dipende la sorte o la serenità di individui e di famiglie. Per una giustizia che annaspa tra le sabbie mobili di rinvii a ripetizione e di prescrizioni incombenti il «quarant’anni dopo» del caso Tenco è un lusso e uno sfizio magari comprensibile - per motivi di risonanza mediatica - ma non lodevole. Posso sbagliare, intendiamoci. E sicuramente il mio parere sembrerà eccentrico a quanti sulla riapertura del caso Tenco si butteranno vogliosi, invocando «vogliamo la verità». Resto scettico. Perché, oltretutto, questo frugare e rifrugare, con grandi costi e grande fatica, in vecchi polverosi fascicoli e in consumati resti umani la verità non la porta. Di solito lascia campati in aria tutti i dubbi e sostanzialmente intatta la banale verità iniziale.