Negò la shoah, condannato Irving

Salvo Mazzolini

David Irving, l’idolo dell’estrema destra neonazista, lo storico inglese che aveva sempre negato l'esistenza delle camere a gas e della Shoah, si è pentito. Ma il suo pentimento non è stato ritenuto convincente dalla Corte d’assise di Vienna che lo ha condannato a tre anni di carcere, e senza condizionale, per aver sostenuto che i campi di sterminio in cui furono eliminati milioni di ebrei furono un'invenzione della propaganda ebraica. Affermazioni che in Austria, come in Germania e in molti altri Paesi, costituiscono un reato punibile con una condanna che va da uno a dieci anni di carcere. Il tribunale ha anche respinto la sua richiesta per ottenere la libertà provvisoria in attesa del giudizio di secondo grado, in cambio di una cauzione, ritenendo che Irving potrebbe approfittarne per sottrarsi alla pena e fuggire.
I fatti per i quali Irving è stato condannato risalgono all’89, allorché lo storico inglese partecipò a un convegno organizzato in Stiria da un gruppo neonazista austriaco. Il convegno fu interrotto da un blitz della polizia, ma prima dell’irruzione Irving ebbe modo di esporre le sue idee sull’Olocausto, già illustrate in un suo famoso libro Hitler’s war (La guerra di Hitler) e in centinaia di conferenze. Idee che fanno rabbrividere e fanno a pugni con la verità storica. Auschwitz e le camere a gas, secondo Irving, sarebbero state costruite dopo la fine del Terzo Reich, in gran parte da polacchi e dagli stessi ebrei. E gli ebrei che hanno perso la vita nei campi di sterminio? Non sarebbero stati più di seicentomila, non uccisi dal gas ma morti per gli stenti durante le deportazioni e la prigionia. Quanto a Hitler, Irving nei suoi libri lo definiva il miglior alleato degli ebrei perché è grazie alla sua politica antisemita che è nato lo Stato di Israele. Quando la polizia fece irruzione per interrompere la conferenza, Irving riuscì a fuggire e a lasciare l'Austria. Ma la giustizia austriaca aprì un procedimento nei suoi confronti per il reato di negazionismo e apologia del nazismo e il suo nome figurava sulla lista dei ricercati. Sedici anni dopo, nel novembre dell'anno scorso, Irving è ritornato in Austria, sempre per partecipare a un convegno, convinto che quel lontano episodio fosse dimenticato. Ma si sbagliò. Tutte le auto della polizia avevano il suo nome e Irving fu bloccato sull'autostrada tra Salisburgo e Sankt Plöten.
L’Irving apparso ieri davanti ai giudici viennesi è molto diverso dal personaggio arrogante e borioso che finora si è visto nelle sue apparizioni in pubblico. Ha detto di aver cambiato opinione negli ultimi tempi in seguito al ritrovamento di una serie di documenti negli archivi sovietici che provano in maniera inconfutabile l'esistenza delle camere a gas. E si è detto dispiaciuto per aver sostenuto tanto a lungo una tesi in contrasto con la verità storica. Un pentimento tardivo e forse strumentale che però, come si diceva, non ha convinto i giudici che lo hanno condannato per aver negato sistematicamente - così dice la sentenza - il martirio subito dalle vittime della politica antisemita della Germania nazista. Evidentemente Irving, decidendo di tornare in Austria, non ha fatto i conti con la nuova realtà del Paese. Accusata per lunghi anni di non aver mai avviato un vero e proprio processo di denazificazione nonostante la sua adesione al Terzo Reich (l’annessione dell'Austria alla Germania di Hitler fu approvata, tramite un referendum, dal 90 per cento degli austriaci), l'Austria di oggi ha colto l’occasione del processo a Irving per dimostrare che nel Paese il vento è cambiato.
Salvo Mazzolini