«Negli Stati Uniti sarei un eroe»

«Grazie lo stesso, avvocato».
Quel giorno di settembre 1940 Giorgio William Vizzardelli, minorenne, condannato per cinque omicidi, alla fine del processo ringraziò sinceramente il suo legale, nonostante la condanna all’ergastolo.
«Grazie, ma era una partita persa in partenza. Qui in Italia certe cose non vengono capite. Fossimo negli Stati Uniti, sarei una specie di eroe».
Con questa agghiacciante affermazione, il giovane pluriomicida sarzanese si dirigeva verso le porte del carcere a vita. Una carriera criminale cominciata prestissimo e finita a causa della fragilità di questo ragazzo con il mito di un’America da romanzo poliziesco a fumetti, in cui tutti sono criminali e chi uccide meglio è rispettato e temuto da tutti.
Un adolescente che distillava il liquore come un gangster da operetta per imitare il proprio idolo, quell’Al Capone la cui parabola mafiosa era terminata quando il futuro serial killer di Sarzana aveva appena nove anni.
Vizzardelli entrava in carcere per nulla pentito, anzi convinto di aver fatto la cosa giusta, sotto gli occhi ancora increduli dell’irreprensibile padre Guido.
Fu proprio il padre, dopo la guerra, ad inoltrare una domanda di grazia dopo l’altra al Presidente di turno, perché fosse liberato quel figlio che, sosteneva, ormai era incapace di far male a una mosca. Il signor Guido morì nel 1965 e non fece in tempo a riabbracciare Giorgio, graziato da Saragat l’8 luglio 1968.
L’ex killer si stabilì a Carrara da una sorella, ma condusse una vita solitaria e non uscì mai di casa.
Finché il 12 agosto 1973, dopo aver assistito ad una trasmissione televisiva in cui si parlava delle sue orribili gesta, andò in bagno, appese le scarpe della sorella alla maniglia della porta perché non si sporcassero e si conficcò un coltello in gola, morendo dissanguato poco dopo.