Negli Usa crolla il mattone. E l’euro vola

da Milano

Un dato ormai vecchio, superato dalla crisi del settore dei mutui subprime: così i mercati hanno accolto ieri la notizia che l’economia Usa è cresciuta del 3,8% nel secondo trimestre dell’anno, a un ritmo dunque inferiore rispetto al 4% segnalato dalla seconda stima, ma ben più sostenuto rispetto al modesto più 0,6% del periodo compreso tra gennaio e marzo. L’espansione è robusta, è frutto del buono stato di salute della Corporate America (gli utili sono aumentati del 5,2% a 1.152 miliardi di dollari), ma ha finito per passare decisamente in secondo piano davanti all’andamento, ancora una volta disastroso, del comparto immobiliare. Le vendite di nuove case? Crollate dell’8,3% in agosto, ai minimi da sette anni. E i prezzi delle abitazioni? Giù del 7,5%, una contrazione che non si verificava addirittura dal 1970.
È proprio dall’andamento del mercato del mattone che economisti e investitori traggono gli spunti maggiori per pesare il rallentamento dell’economia nel terzo trimestre 2007, con valutazione negative tutte a favore della corsa dell’euro, proiettato ieri fino al nuovo record di 1,4189 dollari. Il ragionamento alla base del continuo apprezzamento della moneta unica è sempre lo stesso: per evitare uno scivolamento nella recessione, il numero uno della Federal reserve, Ben Bernanke, sarà ancora costretto a ridurre i tassi dopo l’intervento di alleggerimento di mezzo punto del costo del denaro deciso la scorsa settimana. In questo modo, il differenziale tra i tassi Usa (4,75%) e quelli europei (4%) si accorcerà ulteriormente.
Il presidente dell’Eurotower, Jean-Claude Trichet, appare del resto ben poco sensibile al grido di allarme lanciato da governi e imprenditori europei, spaventati dall’esuberanza dell’euro. Al massimo, può "condannare" - come ha fatto ieri - «l’eccessiva volatilità» della moneta e spiegare di aver ascoltato «con molta attenzione» le parole sull’importanza di un dollaro forte pronunciate da Bernanke e dal segretario al Tesoro Usa, Henry Paulson. Quanto alla conduzione della politica monetaria statunitense, Trichet non vede analogie con le strategie europee: «Pieno rispetto per quanto fatto dalla Fed - ha affermato -, ma noi abbiano un’economia differente, una situazione differente e un giudizio differente». Nonostante l’altro giorno il Fondo monetario abbia stimato in 200 miliardi di dollari le perdite provocate dalla crisi dei subprime, secondo il banchiere francese è «troppo presto» per valutarne l’impatto sull’economia. E anche se le recenti turbolenze sui mercati hanno aumentato le «incertezze» sulla crescita, le stime della Bce restano sostanzialmente immutate e lasciano quindi spazio per un nuovo giro di vite al costo del denaro. Che sarebbe giustificato dal surriscaldamento dell’inflazione, salita in settembre al 2,5% in Germania, ben oltre il livello (2%) tollerato dalla Bce.