Negli Usa i jeans Diesel mettono il turbo

Nostro inviato a New York

C'è una comunità di peccatori angelici. New York scopre che l'Italia può osare, può arrivare in America e dettare legge anche sui Jeans. Renzo Rosso ha fatto questo. È arrivato nella patria del denim e se l'è pappata: «Gli Stati Uniti sono il mercato destinato a crescere di più per la Diesel». Un anno fa arrivò qui con l'umiltà del debutto: prima volta a New York, dopo 25 anni di lavoro, di jeans e di idee. Oggi sembra già un padrone. Arriva al leggendario Chelsea hotel di Manhattan e lo trasforma in un party senza fine. Lo show è fatto di chitarre elettriche che infrangono il silenzio di camere ancora buie a mezzogiorno. L'idea è un mondo che prende lo smalto anni ’70 e lo combina con eyeliner degli anni ’80, il denim duetta con l'oro e le borchie si uniscono al nudo.
Gli artisti hanno sempre un'eleganza innata: allora si trovano materiali lussuosi come l'herringbone tweed per vestiti e giacche, seta e chiffon per gli abiti, cashmere per la maglieria. a pelle è protagonista su giubbotti e pantaloni.
Poi c'è il denim. Anzi prima, perché Diesel è il denim e senza quello non sarebbe Diesel: stavolta è pulito e non trattato o sbiancato e rattoppato per pantaloni e biker jackets. L'oro ricrea l'effetto Sergeant Pepper. Che altro? Maglie metalliche da indossare sotto felpe cut-up e borchie ovunque, anche sugli abiti da sera. I colori: bianco e nero, viola, verde bottiglia, rosso e rosa cipria; i colori di chi vive dal tramonto all'alba. Gli shorts e i pantaloni a sigaretta ridefiniscono la silhouette femminile così come le tute ripensate in vari tessuti e forme. Per l'uomo giacche coreane, chino pants dai tessuti lucenti, camicie con multiple ruches. Parte fondamentale del look sono le borse impreziosite da borchie e dettagli «heavy-metal» e stivali al ginocchio.
A New York c'è anche un'altra Italia. Quella di Malo. Quella del cashmere, ma non solo. Questo è un altro esordio perché mai aveva sfilato e quindi neanche negli Stati Uniti. In America Malo ha portato i suoi colori e la sua cura. «Le mani vogliono vedere, gli occhi carezzare», è la filosofia. È l'elogio del tatto e della vista. E allora arrivano i cappotti, il trench, lo spolverino. Si gioca con la divisa e l'uniforme. Ma la donna Malo non è solo morbida. Ha uno stile militar dandy, ma indossato da una Emma alla Jane Austen. Bon ton, ma sexy. «L'idea non è di essere legati a una città in particolare ma di presentarci come brand internazionale», dice il Fabio Piras, direttore artistico del marchio italiano.
Dall'Italia alla Svizzera. Con Bally. Lo storico marchio di borse e calzature a New York ha voluto esserci. Perché l'America conta e perché se uno vuole mostrare di essersi ripreso deve venire qui. Bally si è ripresa alla grande, dopo momenti così e così, oggi è in rampa di lancio: ha chiuso il 2005 con il bilancio positivo. Funzionano i conti e la creatività. Funziona tutto, insomma. Esattamente come gira tutto benissimo a Yohji Yamamoto. Non è un caso che lo stilista giapponese sia definito il re della moda concettuale. Non è un caso che sia tra coloro che più hanno contribuito a rivoluzionare i canoni del vestire. Qui arriva con l'evoluzione del suo felice rapporto con Adidas. Prende applausi a volontà. Nero, bianco, grigio, rosso e blu elettrico. Le tinte sono quelle. L'altro è l'arancio sotto la suola delle scarpe. Dovunque le tre strisce Adidas e il logo Y-3. Mischia l'abbigliamento sportivo e le sue fibre a tessuti più ordinari, come la lana e la pelle. Dentro c'è tutto: il trench maschile e la mantella femminile, maglie aderenti con il cappuccio e sciarpe che lunghe tre metri.