Negozi chiusi e degrado, via Filzi si spegne

I residenti e i commercianti di via Fabio Filzi sono tutti d’accordo: quando in una strada c’è meno passaggio di gente è il primo passo verso il degrado. Soprattutto se quel degrado reale, e la conseguente percezione d’insicurezza, esistono già. Nel caso specifico nella vicinissima stazione Centrale. Sono aumentati i mendicanti, le persone sono meno propense a comprare, pagare l’affitto di un negozio - qui, nel centro di Milano - è diventata un’impresa in cui pochi s’avventurano. Ma i milanesi, i commercianti in prima linea, non ci stanno a veder scivolare la loro città piano piano nel buio.
Per farci un’idea dell’aria che tira in zona siamo andati a parlare con una sorta di veterana. Silvana Moletto, 72 anni portati molto bene, gestisce un negozio di casalinghi storico della zona. Il padre Antonio, morto da poco a 99 anni, era stato premiato nel 2002 dalla Regione per aver aperto l’attività nel 1938. La signora Moletto sostiene di aver visto tempi migliori. «Oggi non è ancora entrata una persona - ci racconta -. A me va bene: l’attività e il negozio sono miei, qualcosa ho messo da parte. Ma gli altri commercianti? E gli anziani come me? Sembrerà un’inezia, ma non ci sono più negozi di alimentari. Qualche negozio etnico, molti bar, ma niente di più. E non solo in questa strada, ma anche nelle strade attigue: prenda via Caretti, via Marangoni, via Cornalia, via Galvani, via Fara, via Vittor Pisani. Bisogna arrivare fino a via Montegrappa o a via Ponte Seveso per trovare qualche piccolo market».
Gli affitti sono diventati troppo alti: il «Filzi market», un polo per la via perché rappresentava tanti negozi di generi alimentari in uno, ha chiuso ad aprile proprio perché i gestori si sono rifiutati di pagare tariffe arrivate alle stelle. Il «Ciao» - un bar con molte vetrine - aveva cessato l’attività due anni fa. Al posto di queste vetrine il buio: nessuno si è più azzardato ad aprire una nuova attività. «Nemmeno quando c’erano i rom in via Adda si percepiva così tanto il degrado: quindici giorni fa noi siamo stati rapinati, non era mai successo - spiega Franca Giromini, 67 anni, titolare dal ’92 del panificio all’angolo tra via Filzi e via Adda -. Questa è diventata sostanzialmente una zona di uffici e i clienti si lamentano di non trovare più un negozio di alimentari. Le persone che abitano da queste parti sono persone per bene, hanno un certo tenore di vita. Ma è la crisi a impedire che fioriscano nuove attività: chi vuole che si azzardi, di questi tempi, a riaprire un’attività laddove chi se n’è andato lo ha fatto per gli affitti troppo alti?».
«Questa è una zona centralissima: siamo a due passi dalla Centrale ma anche da piazza della Repubblica - sottolinea Michela Zuppa, che vende calze e biancheria intima nell’omonimo negozio di via Filzi dal 1943 -. Ricordo che un tempo questa era la strada delle sartorie, quindi c’erano negozi di tessuti e merceria. Ora vediamo solo impiegati, di giorno. Manca il passaggio, in negozio entra poca gente. E di affari se ne fanno sempre di meno». Controcorrente il signor Biagio Ungaro che, a 55 anni, insieme ai figli Giovanni e Matteo gestisce dal 1956 e con successo l’omonima pasticceria all’angolo tra via Filzi e via Marangoni. Un bel locale, pieno di gente all’ora di pranzo. «Noi pratichiamo il 10 per cento di sconto e accettiamo i ticket, altrimenti non lavoreremmo - spiega -. Solo così siamo riusciti a tenerci i clienti del Pirellone che, dopo lo spostamento della sede, lavorano in via Galvani e altrimenti non verrebbero fin qui. Tra poco apriremo una tavola calda qui accanto, in via Marangoni: vogliamo crederci e, perciò investiamo».