Negozi sempre aperti, così crolla il tabù del lavoro di domenica

Accordo fra Confcommercio e sindacati. Nel nuovo contratto incrementi medi di 150 euro per i dipendenti. Bonus del 30% per festivi. Contraria solo la Cgil

Alla fine hanno vinto le saracinesche aperte. Sempre, sette giorni su sette. La battaglia è stata lunga ma ora la domenica, giorno di riposo, è un fortino crollato sotto i colpi dello shopping. I negozi saranno aperti, quella che, finora, era solo un’abitudine sempre più diffusa, adesso è una firma in calce al contratto dei lavoratori del commercio. Ufficiale, dopo diciotto mesi di trattative, retromarce, scioperi.
Il tabù domenicale - anticipava ieri Il Sole 24 ore - è crollato per oltre due milioni di lavoratori, che ottengono un aumento del trenta per cento dello stipendio per il giorno festivo, in media 150 euro. Se comuni e regioni consentono di aprire le serrande, chi lavora anche il settimo giorno sarà pagato di più. E, per garantire la rotazione fra il personale, nel corso dell’anno andrà assicurata la presenza al massimo per un terzo delle domeniche di apertura programmate. È previsto anche un aumento di ore per il part time, da sedici a diciotto, per le aziende con più di trenta dipendenti.
Il contratto non tralascia nulla, il dibattito è stato lungo e tormentato, alla fine la Cgil si è tirata indietro. Perché non si parla solo di soldi: è questione culturale, sociale. È l’addio definitivo alla vecchia domenica, l’ultima barriera da abbattere in nome dei consumi, il timbro formale su abitudini e bisogni che, ormai, sono la vita quotidiana. Il supermercato aperto dove fare una scappata a comprare il latte, il negozio di abbigliamento dove acquistare un regalo all’ultimo momento, il centro commerciale dove famiglie intere trascorrono la giornata, l’outlet che nel weekend si riempie fino a straripare. Ora le domeniche di shopping non sono più eccezioni, come a Natale o in periodo di saldi, i giorni delle code infinite.
Il rito della festa è diventato quello dello shopping: lo dicono i numeri, delle entrate e dei desideri. Alla domenica gli incassi dei supermercati sono da record, secondi solo agli introiti del sabato; una ricerca realizzata da Cermes-Bocconi ha calcolato che quasi l’80 per cento degli italiani vorrebbe negozi sempre aperti. L’oblio della domenica è stato quantificato anche dal Censis: meno di un italiano su due la considera un giorno di riposo, quasi la metà (il 46 per cento) preferisce dedicare le ore domenicali al turismo. E la gita, molto spesso, è quella al centro commerciale, festa tutto incluso, tempo libero in offerta. Però dietro alle vetrine luccicanti e alle code non c’è soltanto vuoto, nostalgia di un’epoca che ormai è passata: ci sono anche i ritmi di chi lavora tutta la settimana (e magari anche la domenica, appunto), della famiglia che si guadagna con le unghie le ore per stare insieme, dell’accumulo di faccende, impegni, commissioni, lavoretti, che in settimana non c’è mai tempo di sbrigare. Non più solo le grandi catene, librerie, supermercati, marchi d’abbigliamento in franchising, brunch, palestre, piscine, cinema, mostre e musei: il contratto appena firmato apre le porte a tutti, è la sigla dell’epoca senza festività, del lavoro che non conosce soste perché, se il cliente vuole spendere, facciamolo spendere.
E non è un caso che l’accordo sul nuovo contratto, valido fino alla fine del 2010, sia stato sottoscritto da Confcommercio, Uiltucs-Uil e Fisascat-Cisl, ma non dagli esponenti di Filcams-Cgil che, dopo un anno e mezzo di tensioni e trattative, hanno deciso di non firmare. Loro a questo cambiamento non ci stanno, anche se il presidente di Confcommercio Sangalli, in un’intervista al Sole 24 ore, l’ha definito «la possibilità di innovare la disciplina del rapporto di lavoro con elementi di incremento di produttività e competitività», soprattutto in un periodo di consumi al ribasso. Non tutte le resistenze sono vinte, ma la domenica, ormai, è quella che è. Un giorno come un altro.