Negrin: Grasso è soltanto imbarazzato

da Roma

Immedicabile fenomeno italiano, la mafia domina il piccolo schermo con fiction, docudrama, film. Né mancano le polemiche. Dopo Alla luce del sole, su Don Puglisi, in onda ieri, stasera ancora Raiuno trasmetterà L’ultimo dei Corleonesi, film di cento minuti, girato da Alberto Negrin, che condensa gli ultimi cinquant’anni di storia all’ombra della «cupola» di Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano, boss di Cosa Nostra. Un trittico Rai, insieme (domani su Raitre) alla docu-fiction Scacco al re. La cattura di Provenzano. Aspettando L’ultimo padrino, miniserie in onda a marzo su Canale 5 (regia di Marco Risi), con Michele Placido come Totò ‘u curtu, alias Riina, parliamo con Alberto Negrin, cineasta di lungo corso televisivo.
Come risponde alle critiche di Piero Grasso?
«Semplicemente il procuratore prova imbarazzo nel risultare l’unico esempio di lotta antimafia. Del resto, dovevo sintetizzare sessant’anni. Cosa diranno, allora, quando arriverà la fiction di Canale 5, dove Provenzano neanche viene chiamato per nome?»
La mafia è trattata in modo esegetico, o romantico, pur non volendolo: lei quale timbro ha scelto?
«Farò vedere la mafia con gli occhi dei mafiosi. M’incuriosiscono soprattutto i rapporti tra i personaggi. C’è il procuratore antimafia Piero Grasso, Franco Castellano, che ha solo tre scene, ma incide in un gioco di sguardi. Amo la scena in cui giura di ritrovare gli assassini di Falcone, dopo l’attentato di Capaci».
In quale modo si legano le storie individuali dei tre compari?
«Mostro il lato privato dei boss, con mogli e sorelle. E poi narro la loro ascesa, le stragi, il pentitismo, il castello che crolla... Il mio è un film spettacolare, con effetti speciali, assassinii, inseguimenti. Ogni sequenza racconta un episodio. E calo due assi: le musiche di Ennio Morricone e i trucchi di Manlio Rocchetti. Due premi Oscar».