Nei campi oltre 60 milioni di vittime

«Voi non siete qui per vivere, ma per lavorare e morire. Se sopravvivete, una delle due: o lavorate meno del dovuto, o mangiate più di quanto vi spetti». Ecco cosa veniva annunciato a chi entrava nei gulag, il sistema dei campi di concentramento punitivi che in Urss hanno visto la morte di oltre sessanta milioni di persone. Un apparato di repressione messo inizialmente in piedi da Lenin per «controllare» le classi non proletarie, nobili, preti, borghesi. Il maggior sviluppo dei gulag avvenne però negli anni del consolidamento del potere di Stalin, e durante il suo lungo «regno», che va dagli anni ’30 fino alla metà degli anni ’50. Morto Lenin nel ’24, Stalin e gli altri proseguirono sulla strada da lui indicata. Dal 1929 al ’32 kulaki e i subkulaki, tutti contadini, furono deportati a morire con le mogli e i figli nelle tundre gelate della Russia europea e nelle zone disabitate della Siberia. Successivamente, negli anni ’30, fu introdotta la «rieducazione mediante il lavoro» (forzato), che allargò a dismisura la rete dei lager creata da Lenin per la rieducazione dei nemici di classe (quelli almeno che scampavano alla fucilazione). Si andò così formando lo sterminato Arcipelago Gulag descritto poi con tanta efficacia da Aleksandr Solgenitsin: alla morte di Stalin, nel 1953, vi erano rinchiusi almeno 15 milioni di proletari: la mortalità vi era elevatissima e ben pochi ne uscivano vivi.