Ma nei comuni di sinistra nessuno vuol scendere a «patti»

L’inchiesta di «Avvenire» sul flop dei registri locali di conviventi e omosessuali

da Milano

Per rafforzare la posizione della Chiesa contraria ai Patti civili di solidarietà, il presidente della Conferenza episcopale italiana Camillo Ruini non s’affida solo al magistero morale. Ma adotta un’argomentazione laica ed empirica: in Italia i Pacs non servono per due motivi. Primo: le convivenze di fatto sono un fenomeno marginale. Secondo: le coppie di fatto non sentono l’esigenza di una regolamentazione del loro rapporto.
Da dove nascono le certezze del cardinale? Da un articolo pubblicato il 15 settembre da Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale. Si tratta di una documentata analisi intitolata «Unioni di fatto, il flop dei registri».
In attesa dei Pacs, infatti, in una ventina di Comuni sono stati istituiti gli elenchi presso gli uffici anagrafe, dove i conviventi possono registrarsi. E generalmente sono aperti anche a coppie gay.
Risultati? Tutt’altro che esaltanti. Qualche esempio: a Bagheria (Palermo), unica città siciliana a sperimentare l’istituto, c’è solo una coppia registrata in due anni e mezzo. Sempre meglio di Bolzano, dove il registro è desolatamente vuoto.
Anche nelle regioni dove la sinistra è più radicata, la situazione cambia poco. Ad Arezzo, i registri sono in funzione dal 1996. La partenza fu incoraggiante: subito sette coppie registrate. Poi una di queste ha preferito il matrimonio, cinque si sono sciolte e negli elenchi ne è rimasta solo una. Va meglio a Pisa: trentaquattro coppie iscritte, di cui un paio omosessuali. A Firenze ce ne sono una ventina. A Scandicci, nel 1999 erano tre, ora ne resta una. Nonostante le agevolazioni fiscali sull’Ici e sull’assegnazione delle case popolari.
A Piombino e Ferrara, i registri annunciati con grande enfasi si sono persi nel nulla.
Insomma «un flop», secondo la definizione di Avvenire. Il ragionamento conseguente è: perché replicarlo anche sulle unioni di fatto?