Nei Ds fuga di dirigenti Fassino in difficoltà chiede aiuto a D’Alema

da Roma

Si sono visti di mattina, i due leader del partito in crisi, per fare il punto su come affrontare una tra le direzioni più critiche della loro storia. Piero Fassino ha bisogno di tutto il sostegno di Massimo D’Alema in un momento critico in cui la tenuta dei Ds è a rischio. Da giorni prosegue lo stillicidio di dirigenti che, da Debenedetti a Rossi, lascia il partito o non rinnova la tessera (ieri è stato il turno di Federico Pirro, dirigente pugliese che abbandona solidarizzando con Peppino Caldarola) e intanto le opposizioni interne guadagnano consensi, la sinistra diserta la commissione sulle regole congressuali il partito democratico è un obiettivo indistinto, la minaccia di scissioni post-congressuali è dietro l’angolo.
Romano, il caso editoriale che preoccupa i Ds. In questo clima, ieri, il segretario del partito, inviava una lettera furente e piccata alla Repubblica, rea di aver pubblicato una radiografia impietosa («Quel male oscuro che sta sgretolando i Ds») vergata dalla penna di Filippo Ceccarelli, una delle firme più prestigiose del giornale. L’autodifesa del leader è la stessa che ripete da giorni, come un disco rotto. Con lui «i Ds hanno riconquistato ruolo, consensi e credito» e vinto «tutte le elezioni», trascinando «la coalizione al governo». Ovviamente Fassino, omette che il risultato elettorale del Senato alle Politiche, rappresenta il minimo storico della Quercia dopo la Bolognina. Intanto, da un mondo diverso ma sensibile alle novità come l’editoria arriva un altro segnale preoccupante per i Ds. La Mondadori ha pestato sul pedale dell’acceleratore per stampare in fretta e furia, anticipando di un mese i tempi di uscita previsti dalle prenotazioni, Compagni di scuola-Ascesa e declino dei postcomunisti in Italia. Il libro uscirà il 19 febbraio ed è un saggio-pamphlet a cui da quasi due anni lavorava Andrea Romano, ex direttore di Italianeuropei, uno dei più stretti collaboratori di Giuliano Amato e - ovviamente - di Massimo D’Alema (oggi Romano è direttore della saggistica Einaudi e columnist). Sul libro di Romano c’è grande riserbo, ma molto trapela dalla scheda bibliografica che i venditori di Segrate hanno diffuso per l’Italia. Già il sottotitolo, a dire il vero, farà discutere, con quell’uso del vocabolo «postcomunisti» che fa pensare ad un manuale su una razza in estinzione. Ma il contenuto è ancora più dirompente, se è vero che nella presentazione si legge: «Quello di Romano è il racconto di una parabola politica collettiva che vent’anni dopo la fine del Pci si avvia a concludersi mestamente senza lasciare un’eredità davvero vitale». Insomma, un vero e proprio De profundis per un intero gruppo dirigente. Che colpisce ancora di più, perché - come nel caso di Nicola Rossi - viene da un giovane intellettuale che resta orgoglioso della sua appartenenza al socialismo europeo e che certo non può essere tacciato di ostilità preconcetta.
D’Alema, «Una campagna politica neocentrista». Un libro che probabilmente inquieterà più d’uno, al Botteghino, perché contiene un severo atto di accusa contro la vera causa del «male oscuro» diessino. Romano indaga il logoramento di un «partito-famiglia» che non ha saputo rinnovarsi nè aprirsi ad energie nuove. Di più: «Una famiglia, più che una classe politica, impegnata a tutelare sè stessa e la propria identità». Quelli che governano i Ds oggi, sono gli stessi che negli anni Ottanta erano seconda fila nel Pci. Sarà difficile per Fassino e ancor di più per D’Alema dire che queste voci critiche, da Caldarola a Romano, a Nicola Rossi (gli uomini che furono le punte di diamante del riformismo dalemiano del 1999) siano strumenti di «una campagna politica che punta a determinare una crisi di questo governo per aprire uno scenario politico di tipo neocentrista» (per stare alla denuncia che D’Alema ha fatto ieri alla Stampa).