Nei Ds il tesoriere detta la linea a Fassino

Antonio Signorini

da Roma

Puntare tutto su Sicilia e Lombardia, che sono regioni dove i Democratici di sinistra sono un po’ in affanno; poi riservare più attenzione ai giovani e anche agli italiani all’estero, segmenti «cruciali» delle prossime elezioni politiche. Non è il piano di Piero Fassino per lanciare il partito alla conquista del governo del Paese. E nemmeno un documento della direzione nazionale della Quercia. I vertici Ds sono troppo impegnati in questioni più urgenti - leggi piazzare pedine nel Risiko pre-primarie e limitare i danni della guerra Prodi-Rutelli - per orientare il timone del principale partito della sinistra verso un obiettivo così lontano come le elezioni del prossimo anno.
Per il momento l’unico accenno di strategia a lungo termine del principale partito della sinistra è contenuto nel Bilancio 2004 del Botteghino. Nella relazione sulla gestione del rendiconto, il tesoriere nazionale Ugo Sposetti, forte di un utile che farebbe invidia a tante imprese medio grandi (vedere l’articolo sotto), spiega come andranno utilizzate le risorse del partito fino al prossimo importante appuntamento con le urne.
Sicuramente le spese aumenteranno di nuovo. Nel 2004 rispetto al 2003 erano già cresciute di 4 milioni di euro e nell’anno in corso si incrementeranno ancora, un po’ perché ci saranno da organizzare eventi straordinari come il congresso della Sinistra giovanile, ma anche perché bisognerà cominciare a oliare la macchina del partito in vista del 2006.
«Siamo convinti - scrive Sposetti - che occorra destinare risorse e iniziative politiche ai giovani e agli italiani al’estero, due segumenti cruciali per le prossime elezioni politiche». Più avanti il tesoriere si fa ancora più assertivo e individua le aree dove far piovere la gran parte delle risorse. «È nostra intenzione - si legge nella relazione - finanziare progetti straordinari per la Sicilia, la Lombardia e altre realtà territoriali nelle quali è decisivo determinare un consistente spostamento di consensi». In altre parole, i Ds intendono concentrare gli sforzi nelle poche zone dove alle ultime regionali la sinistra non è risucita a prevalere sul centrodestra; poi vogliono svecchiare l’elettorato, puntando sui giovani, senza dimenticare il voto degli italiani residenti all’estero e i seggi parlamentari a loro riservati.
Nonostante la situazione contabile dei Ds si sia stabilizzata, il tesoriere precisa che i dirigenti non potranno comunque lasciarsi andare a una nuova stagione di spese pazze. Anche perché, se andrà in porto una qualche forma di lista unitaria, il partito erede del Pci e del Pds avrà solo da rimetterci, almeno dal punto di vista economico. L’esperienza recente insegna. La lista unitaria presentata alle elezioni europee ha avuto - scrive Sposetti - «rilevanti riflessi di natura economica». In sintesi: più spese per fare conoscere il simbolo, i programmi e gli obiettivi di “Uniti nell’ulivo”. Ma anche meno entrate rispetto alle previsioni pluriennali stilate dagli uffici economici del Botteghino a causa della ripartizione delle spese e dei rimborsi elettorali tra i partiti che hanno animato la lista unitaria. Gli accordi, osserva Sposetti, «inevitabilmente penalizzano la maggiore forza politica di una coalizione».
Quindi, nonostante l’avanzo di bilancio, i dirigenti faranno meglio a impegnarsi sul fronte delle entrate. Per il tesoriere bisogna continuare nella strada delle «innovative politiche di finanziamento al partito: tesseramento, feste dell’Unità e iniziative di autofinanziamento». In particolare «è opportuno sollecitare costantemente l’attenzione dei gruppi dirigenti sugli aspetti del numero degli iscritti e della quota tessera». In realtà il partito, più che sui tesserati, vive grazie ai «donatori». La relazione al bilancio del 2004 individua una base di 20mila persone disposte ad aprire il portafogli per il partito in diverse occasioni. Sono pochi rispetto agli iscritti, ma costituiscono «un vero e proprio capitale capace di generare entrate nel tempo».
Insomma, il segretario Fassino dovrà insistere nelle campagne di finanziamento come quella chiamata «Io ci credo», un po’ perché - sembrerebbe di capire - danno più soldi del tradizionale tesseramento. E poi perché servono a farsi pubblicità. Sono «una grande occasione di comunicazione politica e di conquista del consenso».