"Nei miei libri parlo solo di Dio". E la cultura italiana lo emarginò

Carlo Coccioli, l’autore del "Davide", ora ripubblicato, è stato ignorato
dall’establishment intellettuale che non accettò mai la sua passione
religiosa, così lontana dal pragmatismo democristiano

Nel cominciare a buttar giù queste righe dedicate a un grande scrittore italiano, dimenticato dall’Italia, cioè Carlo Coccioli (Livorno, 1920-Città del Messico, 2003), vorrei dire grazie all’editore Sironi e all’autore della bellissima prefazione, Giulio Mozzi, che rende ancora più prezioso questo Davide (pagg. 350, euro 17).

Un grande libro è sempre un libro stratificato, ammette una pluralità di significati. Questo però non avviene spesso, e soprattutto non ci sono operazioni, tecniche, procedimenti che garantiscano il risultato. Due sono le cose necessarie: un dono e l’umiltà e la semplicità di cuore indispensabili per accettarlo (perché si tratta pur sempre di accettare qualcosa di non nostro).

Qui, però, non si tratta soltanto di riparlare di un grande ingiustamente dimenticato (come quasi tutti). Si tratta di domandarci chi è stato Carlo Coccioli per l’Italia, come mai se ne è andato, perché ha trattato se stesso come un esule, perché non c’è stato posto per lui nella nostra letteratura. Un grande romanzo come Davide (che lo stesso Coccioli definisce «apice della mia vocazione di scrittore») può forse offrirci una prima risposta.

La scelta di re Davide per protagonista e narratore in prima persona di questo libro è già di per sé significativa. Re Davide è il più grande personaggio dell’Antico Testamento e, soprattutto, una delle più grandi immagini dell’Uomo che storia e letteratura ci abbiano trasmesso. Carlo Coccioli lavorò a questo libro per una decina d’anni, dal 1966 al 1975. Per tutto questo tempo raccolse materiale, studiò centinaia di testi, fece tutto il possibile affinché il suo personaggio aderisse perfettamente ai documenti storici. Ma il lavoro più grande dovette farlo su di sé, perché si trattava di realizzare un’identificazione tra sé e il re d’Israele, che uccise Golia e pianse sul cadavere del figlio prediletto Assalonne, morto da nemico.

Identificarsi con un personaggio significa accettare fino in fondo se stessi dentro la grandezza, la smisuratezza di un altro. E, quindi, riguardare la propria piccolezza amplificata a causa dell’ampiezza del nuovo orizzonte in cui essa viene proiettata. È la catarsi aristotelica. Un conto è essere meschini a casa propria, un conto esserlo alla guida dell’esercito di Jahvè. Eppure, il punto è lo stesso.
Se il personaggio di un romanzo non è grande (si chiamasse pure Gesù, Napoleone o Socrate) vuol dire che l’identificazione ha avuto luogo ma per così dire all’incontrario, e il libro fallisce. Stare all’altezza di re Davide significa stare sul punto esatto del suo dramma. Che è un dramma - mi si passi il termine - moderno. Per molti aspetti, Davide è il primo personaggio moderno della storia. Il romanzo dedica molte pagine alla giovinezza di Davide: dalla sua sconcertante elezione e unzione da parte di Samuele, quand’egli è ancora un semplice pastore, agli anni trascorsi prima come cantore e poi anche come guerriero nelle file dell’esercito di Saul, il re pazzo, che seguita a regnare benché privato del favore che Dio gli aveva precedentemente accordato.

Ma se, nel cuore di Dio, Davide è già re, egli fatica a diventarlo agli occhi di se stesso, per due ragioni. La prima è che Davide per primo, essendo stato cresciuto nella pura fede di Abramo e di Mosè, non riesce a comprendere l’istituto della monarchia: perché il Popolo Eletto, stirpe sacerdotale, deve comportarsi come una piccola nazione fra le altre? Eppure questo è il metodo di Dio: il Suo popolo non è migliore degli altri, e il favore di Dio non sarà garanzia di nessuna riuscita sul piano della storia. Il Popolo Eletto non è destinato a dominare il mondo, e se crede di poterlo fare sono fatti suoi, che non riguardano la sua Alleanza con Dio. Fede e storia, dunque. Non dimentichiamo che gli anni in cui Coccioli scrive Davide sono gli anni d’oro della Democrazia cristiana, un partito che ripropone ai cattolici lo stesso dramma: com’è possibile essere il sale della terra e, al tempo stesso, una parte politica con amici e nemici?
Ma c’è un’altra ragione, più profonda, del dissidio di Davide, ed è questa: che la stessa contraddizione che egli legge nella storia del suo popolo è presente anche in lui, nella sua carne. Spirituale e sensuale, religioso e assassino, fedele a Dio anche quando Dio non può approvare la sua condotta, Davide porta con sé la sua divisione radicale. La conosce, non la nasconde agli occhi di Dio: questo fa di lui un uomo del tutto ingiudicabile in termini etici, poiché la sua azione non si appoggia mai a regole o a valori, ma a un rapporto vivente - al quale spesso si sottrae, ma che non può mai negare.
Per questo le vicende della vita di questo immenso personaggio - dalla gloria contro Golia all’abiezione con Betsabea allo strazio senza fine di Assalonne - appassionano il lettore della Bibbia. Con una simile storia, Coccioli non poteva non regalare al mondo un libro incandescente, e così ha fatto. C’è anche, e nemmeno tanto velato, un riferimento all’omosessualità. Coccioli legge il dramma dell’omosessualità all’interno del rapporto con Dio e del dissidio storico che abbiamo tentato di delineare. Fa parte della stessa contraddizione, della stessa spaccatura, della stessa ferita, e partecipa della stessa modernità di cui già la Scrittura ci testimonia.
Interrogato da Maurizio Costanzo su quale fosse l’oggetto dei suoi libri, Coccioli rispose: Dio. E aggiunse: «C’è forse qualcos’altro di cui parlare?».

Dio. Parlare di Dio, ammettere che non esiste altro di cui parlare. Ecco il primo peccato mortale di Coccioli, che gli valse l’esilio nell’Italia democristiana dove imperava la cultura dell’uomo a una dimensione: quella della storia, del partito, della società-idolo. E il secondo peccato, che completò l’esilio, fu non tanto l’omosessualità (esistevano ben altri omosessuali seduti su alti scranni!) ma la sua interpretazione all’interno del rapporto tra l’uomo e il Dio vivente.