Nei musei inglesi arriva il curatore multietnico

Londra
Riconosciuta come la città più cosmopolita del mondo, nelle sue istituzioni artistiche e culturali Londra è colpevole di non riflettere il suo tessuto plurietnico. In una città dove il 30 per cento della popolazione è di colore, il 94 per cento dei curatori dei musei e delle gallerie d’arte è ancora «troppo bianco». Dopo le dure critiche del ministro della cultura, David Lammy, che in un discorso al British Museum l’autunno scorso lamentava la carenza di diversificazione etnica nella gestione dei musei e delle gallerie inglesi - «che non riflettono la diversità della società che servono» - il governo ha lanciato il progetto Inspire Fellowship Programme, un programma di addestramento per curatori museali selezionati fra le minoranze etniche, nelle comunità nere e asiatiche. Lo schema è già entrato in vigore, e i Fellows oggi sono già dieci.
Una sfida dunque al mondo «chiuso» dell’arte, che se ha l’aria di una delle tante misure-deterrente che sanno di politicamente corretto per far fronte alle sempre crescenti tensioni etnico-culturali che dominano la capitale britannica, è anche un primo passo concreto verso la diversificazione dei quadri dirigenziali delle istituzioni culturali e del mondo dell’arte per meglio rappresentare una pluralità che al di là di ogni polemica è ormai un dato di fatto inconfutabile. Senz’altro ambizioso, Inspire è un esempio concreto di partnership fra il governo e le istituzioni artistiche, proposto e coordinato dall’Arts Council (l’ente governativo preposto ai sovvenzionamenti delle arti), in base a quanto stabilito dalla sezione 37 della Legge sulle Relazioni razziali, finanziato in parti uguali dallo stesso ente, dai musei e gallerie partecipanti e dalla Esmée Fairban Foundation. Il programma è aperto ad aspiranti curatori (Fellows) di retaggio culturale asiatico, africano e caraibico ai quali viene offerto un tirocinio di due anni con uno stipendio pari a quello di Assistant Curator (dalle 15.000 alle 21.000 sterline nette all’anno) lavorando accanto a curatori ed esperti affermati. Completato un periodo di formazione il neo-curatore entrerà a far parte dell’organico permanente, «allargando così - come auspica Conrad Bodman portavoce dell’Arts Council - l’orizzonte di pensiero dell’istituzione».
Le domande sono state più di centocinquanta, i primi Fellows sono stati selezionati dalle istituzioni più prestigiose - British Museum, National Gallery, Tate Gallery, Victoria and Albert Museum - e sono già al lavoro. Una seconda ondata è stata scelta in questi giorni dalle massime gallerie londinesi d’arte moderna e contemporanea: la Hayward Gallery, la Serpentine, la Whitechapel, il Barbican e il British Council. Altri verranno selezionati nel 2007 e nel 2009.
In che misura questo inciderà sulla politica museale britannica, resta da vedere. Per Sir Nicholas Serota, direttore supremo della Tate Gallery, l’iniziativa «è una necessità per mutare la percezione del pubblico nell’Inghilterra pluriculturale», mentre per il direttore del British Museum, Neil McGregor, il progetto è fondamentale al fine di abbattere le barriere che fanno dei musei il regno assoluto di accademici e specialisti, «dimenticando che in realtà sono istituzioni pubbliche, aperte a tutti». Al British Museum la sudcoreana Gina Ha-Gorline sta curando un progetto nel dipartimento asiatico, l’africano Eddie Otchere alla National Portait Gallery sta preparando una mostra sul bicentenario dell’abolizione del commercio britannico degli schiavi. La dinamica della curatela museale sta già sensibilmente cambiando.