Nei piedi di Cassano e Ribery due facce da gol piene di segni

Antonio e Frank: infanzie tormentate, fughe, litigi, incomprensioni e una gloria acciuffata sbandando per trovare la traiettoria migliore

Tony Damascelli

nostro inviato a Parigi

Franck e Antonio hanno due facce strane. Piene di segni e di sofferenza. Ribery e Cassano sono due progetti di Francia e Italia, giocheranno uno di fronte all’altro mercoledì sera, hanno modo di fare e di dire assai simile, a parte la differenza di lingua madre, uno però con la vergogna di manifestare la propria ignoranza, di lessico (il barese), l’altro più sciolto, disponibile e per questo facile bersaglio di scherzi (il francese). Vengono da infanzie tormentate, vivono la gloria dopo averla acciuffata sbandando e trovando la traiettoria migliore. Parigi ha il cielo che più bigio non si può, l’aria è appiccicaticcia, le strade sono alveari di auto, il traffico è a mille per i lavori che bloccano mezza città, si parla della partita di domani sera come della revanche, forse soltanto per i tifosi di qua, la rivincita di non si sa bene che cosa, la coppa del mondo sta a Roma. Cassano a Berlino non c’era, Ribery Scarface aveva messo la sua firma chiara dopo le prime pallidissime apparizioni ma uscì triste, solitario e sconfitto. Due mesi dopo è altr’Italia, altra Francia ma trattasi di partita piena di spezie e questi due ne rappresentano la parte più sostanziosa, per il modo di intendere la vita e il football, per come sanno dribblare e disegnare la corsa sul prato, architetti laddove gli altri fanno i muratori, finalmente soli, liberi di creare, Ribery privo di Zidane e Cassano senza la compagnia di Totti.
Di Antonio, da Bari vecchia, molto si è scritto, molto si è detto anche se lui medesimo pochissimo ha detto e nulla ha mai scritto. A Madrid lo hanno preso a pernacchie per la sua scelta di vita, nel senso della circonferenza della panza, una gag televisiva lo ha ridicolizzato, si vedeva un ragazzo paciarotto e gabibbesco, con la camiseta delle merengues xxxxxl, strafocava pagnotte con lasagne e tagliatelle. Oggi Cassano ha molte taglie in meno e una fame arretrata, ma di football. Ribery ha vissuto e ancora vive analoghe molestie. Per colpa di quello sfregio sul viso, una cicatrice orizzontale lungo la fronte, un’altra che scende verticale lungo la guancia (un incidente automobilistico, quando aveva due anni e suo padre andò a schiantarsi contro una automobile, il pupo passò come un bambolotto tra padre e madre, sfondando il parabrezza, seguirono altre versioni, storie di coltelli e agguati, tutte balle). E insieme con quei segni tremendi anche una dentatura non appropriata che rende il sorriso un ghigno, insomma Frankenstein o Quasimodo lo hanno soprannominato e Scarface a Istanbul quando andò a giocare per il Galatasaray, facendosi musulmano e ivi sposandosi con Wahiba, matrimonio in Cadillac, cotillons e strani individui a fare da cornice. Cosa che fa parte dell’esistenza di Ribery, tra Metz e Marsiglia, anche una rissa con ricovero in ospedale e fuga notturna e poi le minacce del suo ex agente, appoggiato da tre energumeni che imbracciano una mazza da baseball, un ricatto per averli abbandonati, per non aver confermato gli impegni turchi, con ovvia tangente al procuratore. Vita difficile, con qualche carico pesante, Eugene Saccomano, la voce più illustre della stampa francese, lo massacrò in una intervista rilasciata al periodico di moda e costume FHM: «I calciatori leggono i libri di Paolo Coelho, lui non potrebbe leggere nemmeno il Codice da Vinci, altro testo di gran moda nel mondo del pallone». La qual cosa fece il giro delle emittenti e soprattutto delle strade calde di Marsiglia dove Saccomano è famoso per aver scritto Borsalino, poi messo in pellicola da Delon e Belmondo, ma oggi deve fare i conti con un marsigliese ugualmente tosto, appunto Franck Ribery. Che in verità viene dal nord, da Boulogne sur Mer, dove i francesi parlano una lingua piena di «chti», nella pronuncia, e così vengono ribattezzati. Là Ribery è nato, in mezzo a famiglia povera e numerosa, quattro figli in tutto, nell’aprile del 1983, nemmeno un anno dopo Antonio Cassano da Bari, luglio 1982; ci siamo dunque con gli incontri ravvicinati di questi tipi. Stando ai riberologi la sua infanzia calcistica fu già di quelle zigzaganti, espulso a Lille, per comportamento maleducato, gira tra Alès e Brest, torna al National di Boulogne, poi trasloca a Metz, il club che bocciò Michel Platini dopo il test allo spirometro (non aveva fiato per il football!). A Marsiglia ha fatto di recente qualche riberata, aveva annunciato, dopo il mondiale, di volersene andare, a Madrid o a Barcellona, alla fine è rimasto, per qualche euro in più, laddove è diventato più icona di Papin e di Drogba. Per la sua velocità lo chiamano anche Ferraribery, la formula uno fa parte del contachilometri anche di Antonio Cassano. Con loro, Francia-Italia è storia del passato ma diventa cronaca del futuro.