«Nei primi ordigni ha lasciato la firma»

Il parere di alcuni esperti: «Le tracce più antiche andavano studiate meglio»

Tutto è cominciato nel marzo del 2005, quando Rossmo scese in Italia a trovarli. «Pensammo di testare così il Rigel su Unabomber, tarando l'algoritmo della macchina sulle mappe italiane, diverse da quelle americane». A parlare è Marco Strano, criminologo, docente universitario e presidente dell'Icaa. «Per la raccolta del materiale ci siamo avvalsi dell'aiuto di un giornalista veneto. Mentre, sotto il profilo tecnico, dell'aiuto di Danilo Coppe, esplosivista esperto, che aveva visto dal 2000 tutti gli esplosivi realizzati da Unabomber». Proprio Coppe spiega: «Credo si dovrebbero studiare i primi ordigni ritrovati inesplosi tra le vigne, i primi tentativi di collaudo che qualsiasi esperto fa agli esordi. Lì si possono trovare più probabilmente tracce organiche». L'equipe di Strano ha stilato un identikit di Unabomber: è poco più che trentenne, veste sportivo, gira a bordo di un motorino o di una utilitaria, e vive in una casa con annesso laboratorio. «Avrebbe cominciato a maneggiare esplosivi verso i 15 anni. È possibile che lavori con turni di notte, e che faccia sopralluoghi prima di mettere a segno il colpo». Già, ma dove vivrebbe? «Col metodo Rossmo abbiamo identificato un'area di 70 chilometri quadrati a nord di Pordenone». Strano e Roberta Bruzzone, l'allieva italiana di Rossmo, sono volti noti al grande pubblico per aver fatto conoscere a «Buona domenica» una versione ludica della macchina della verità.