Nei secoli fedeli. Al partito

Il dottor D'Ambrosio ha accettato subito e di buon grado la candidatura di quella parte politica, verso cui gli è andato sempre il cuore.
In generale, le toghe rosse hanno accumulato dei meriti, talora epocali, verso i comunisti.
Prima o poi una Commissione parlamentare d'inchiesta dovrà accertare questa anomalia tutta italiana.
Va precisato che D'Ambrosio non è l'intollerabile toga rossa del tipo querulo, saccente, vanitoso e permaloso. Ad esempio, non è da eskimo, né è uso querelare scrittori e giornalisti.
È sobrio, misurato, anche simpatico, benché possa tradirsi, quando sia a rischio la sua «area politica».
Potrebbe essere associato alla militanza, forte, tranquilla e incisiva di Bruti Liberati («La magistratura non deve limitarsi a garantire spazi di libertà, ma deve appoggiare chi gestisce il dissenso per innescare un processo di ribaltamento dei rapporti di forza»).
D'Ambrosio, infatti, è assimilabile non ai cani sciolti, rumorosi e velleitari, ma a quanti, avendo un partito di riferimento, non gli hanno mai sovrapposto o contrapposto Magistratura democratica.
Viene in mente Generoso Petrella, un giudice iscritto al Pci e, poi, eletto in Parlamento, il quale definì «quattro gatti scalcagnati», quindi, inidonei a «trasformare la società», i «magistrati democratici».
La fama di «compagno», D'Ambrosio se la conquista sin dai tempi dell'inchiesta su piazza Fontana.
Per alcuni fu di parte, per altri non fu perfetto come giudice istruttore.
Dal 23 marzo 1989, presso la Commissione stragi, giace una memoria che non ha mai avuto risposta.
Eccone un brano: «Una delle cause primarie della mancata individuazione dei responsabili della strage di piazza Fontana fu il mancato puntuale esame dei corpi di reato e una carenza di indagini intorno ad essi...».
In questo testo, è riportata un'inquietante affermazione del pubblico ministero Occorsio, il quale, lamentando lacune e mancate consegne di documenti, disse: «Se gli stessi documenti mi fossero stati consegnati durante la mia istruttoria avrei incriminato da Freda a Valpreda...».
Son storie passate e ingarbugliate.
Fatto è, però, che la verità su piazza Fontana non è stata mai più accertata.
D'Ambrosio si ripresentò alla ribalta, più toga rossa che mai, con Mani pulite.
Preso il Pci-Pds con il sorcio tangentista in bocca, D'Ambrosio, a caldo, dichiara: «Certo colpisce che di fronte a fiumi di miliardi accertati, si faccia bagarre per 621 milioni».
Molti pensarono ad un refuso e che a pronunciare quel commento fosse stato D'Alema.
E subito dopo: «La dottoressa Parenti si è messa in contrasto con la linea tenuta dal pool... Questo non è il processo al Pds, ma a Greganti e Stefanini».
Gli altri erano devastanti processi alla Dc e al Psi, questo a due tizi qualsiasi.
La Parenti, per giunta, viene subito estromessa dall'inchiesta.
C'è un altro colpo di teatro.
D'Ambrosio, il 12 ottobre 1993, dà per risolto il caso: i 621 milioni di Panzavolta a Greganti servirono a quest'ultimo per comprarsi casa a Roma, in via Tirso.
Il Pci-Pds è salvo e potrà continuare a fare la morale agli altri, ma la storia del rogito non torna: Greganti, alle ore 9 e 30 del 29 ottobre 1991, avrebbe prelevato il contante a Lugano e, nella stessa mattinata, avrebbe stipulato il contratto d'acquisto a Roma, presso il Monte dei Paschi di Siena.
Ubiquo, troppo ubiquo, il «compagno G.».
D'Ambrosio verrà smentito dal pm Paolo Ielo, il quale, il 16 marzo 1998, chiedendo 4 anni e due mesi per Greganti, dice chiaro e tondo che quei soldi erano destinati al Pci-Pds.
Ma non succede nulla.
La verità sulle tangenti rosse non si deve sapere, vedi, ad esempio, l'altra inchiesta 1993, quella su Paola Occhetto, sparita nel nulla.