Nei sette mesi di asta persi 150 milioni

Gli interrogativi sul futuro. L’azienda a un passo dal commissario

Il paradosso dell’Alitalia è che nessun governo recente è riuscito a risanarla, e che l’attuale governo non riesce nemmeno a venderla. L’estenuante gara, iniziata oltre sette mesi fa e andata praticamente in fumo ieri sera, ha dimostrato una grandissima ingenuità da parte degli uomini del Tesoro: il bando sarebbe stato perfetto per una società solida, ristrutturata e in floride condizioni economiche. Ci sarebbe stata la fila. Invece per vendere un rottame - quale appare oggi miseramente l’ex compagnia di bandiera - non ci si può lambiccare nelle procedure, nei vincoli, nelle condizioni. I sette mesi persi tra i commi di un bando messo a punto da legali esperti ma privi di senso del mercato, hanno anche un costo calcolabile: circa 150 milioni di euro, visto che la compagnia ne perde più di 20 al mese (conti 2006). Il prezzo più pesante però non è questo: è il fallimento dell’intenzione, è il nulla di fatto che ora apre a scenari nuovi e inesplorabili, dove vari avvoltoi sono pronti a portarsi via il cadavere e a sbranarlo, a farlo a pezzetti. «Che cosa fa adesso il governo? Richiama Tpg e Matlin? Chiama Air France?» si chiedeva ieri sera il segretario della Uil Trasporti, Marco Veneziani, che ricordava: «È un’azienda con 20mila dipendenti: non può essere abbandonata a se stessa».

Una strana congiunzione astrale fa sì che proprio oggi, giorno in cui è necessario voltar pagina, gli assistenti di volo dell’ex Sult siano in sciopero, provocando, se va bene, molte decine di cancellazioni di voli. È uno sciopero che ha un sapore quasi fatalistico: chi di sciopero ferisce, di sciopero perisce... Chissà che fine faranno ora i contratti, gli scioperi, i certificati medici (ricordate?), ora che la compagnia è a un passo dal commissariamento. Legge Marzano? Possibile, forse probabile. Ma un fatto è certo: tutti quelli che potevano distruggere l’Alitalia ci si son messi d’impegno, in anni di tergiversazioni politiche.

Un’altra interpretatazione circolava ieri sera dopo il comunicato di Air One: il Tesoro sarebbe stato «bravo» a liberarsi dell’opzione-Toto, che per l’Alitalia non prometteva nulla di buono. L’aver tenuto alta la posta contrattuale sarebbe stato un atteggiamento deliberato per togliersi dall’impaccio di una gara «a uno», con l’astuzia di far ritirare il candidato, e non di bocciarlo. Gli esperti osservano che tutto questo può rivelarsi un bene anche per Toto. Se - come pare - Banca Intesa entrerà comunque nella sua holding, Air One potrà davvero portare avanti il proprio ambizioso piano di sviluppo, avvantaggiata anche dalla debolezza di Alitalia.